Difficile, a volte indigesto
Esco da un fine settimana alquanto sfiancante, sotto tutti i punti di vista: fisico, mentale e d’umore. Ma almeno ho terminato di leggere un librobus che, sebbene abbia in via eccezionale usufruito anche di alcuni intervalli con altre letture, ha continuato strascicarmi lentamente fino alla fine, avvenuta questa soltanto domenica. Adesso è stato fatto fuori, chiuso, finito lì, messo da parte, archiviato, risistemato in libreria a prendere un’altra quintalata di polvere per i tempi che verranno e… amen, direbbe qualcuno!
Di cosa stiamo parlando?! Quale autore, e con quale titolo, ha tormentato le settimane e i mesi a questo povero derelettore?! Ebbene saprete tutto fra un momento, ma lasciatemi ancora dire una cosa: l’acquisto di questo libro risale al lontano 2006, periodo in cui mi successero molte e brutte cose, tra le quali (forse) la spesa per questo primo romanzo, parte di una trilogia, intitolato ”Tito di Gormenghast” di Mervyn Peake. Un tosto parallellepipedo di carta edito da Adelphi (in cui si possono trovare pubblicati anche i due successivi titoli) da più di 500 pagine, un peso questa volta in cui posso dire di averle sentite una per una. Ebbene, era ora di dare un senso a questo tassello mancante negli arretrati della mia libreria, ed era ora per smarcare la vergogna di finirlo e potervi dire: “sissignori, l’ho fatto, ho buttato giù tutto tappandomi il naso, ma l’ho fatto”.
Per chi bazzica da queste parti, per chi soprattutto sbircia tra i vari articoli di librobus, conosce la mia inclinazione al fantasy. All’epoca di questo acquisto cercavo qualcosa di diverso, qualcosa di “nicchia” diciamo, qualcosa di eclettico forse. Non so se siano gli aggettivi più adeguati a descrivere in quel momento un più generico bisogno di novità, di cambiamento, di sorpresa. Quindi mi recai in libreria, scovai un libro dell’Adelphi con la copertina rossa, sanguigna, e l’accattivante titolo a una sola parola: “Gormenghast“. Mi avvicino e come solito sbircio i risvolti e la quarta di copertina per farmi un’idea dell’opera. Spunta fuori subito una nota piuttosto dolente: è il secondo volume di una trilogia. Piccola digressione: sebbene mi ritengo un buon appassionato di fantasy, storco il naso a comprare libri non-autoconclusivi, peggio ancora se si tratta di trilogie, e questo nel mondo della narrativa fantasy è una specie di “must”, una malattia congenita alla quale raramente sembra esserci stata eccezione. Comunque tornando alla libreria, al libro e all’acquisto… decido di fare lo stesso un azzardo sull’autore, tuttavia considerata la questione era meglio partire dal primo. E così è stato…
Ma non indugiamo troppo sul latte tergiversato… ehm… si, ok, pessima battutaccia, proseguiamo è meglio. Eravamo nel 2006 e quando iniziai il Tito di Gormenghast per la prima volta mi resi immediatamente conto dell’errore fatto. Lo abbandonai lì da parte dopo poche pagine, con la sua narrazione pesante, l’eccesso minuzioso della descrizione di dettagli irrilevanti, la lentezza dello svolgersi dell’azione… insomma: tedioso. E a quasi 6 anni di distanza ho deciso per una seconda chance, fino in fondo sta volta, perché sapevo già cosa mi aspettava e la mia regola negli ultimi anni è stata: se lo cominci lo finisci. Beh, perlomeno mi sforzo di fare in modo che sia così.
I risultati?! Ebbene, aver letto tutto il romanzo non ho cambiato la mia opinione al riguardo: è stato un boccone indigesto, lento e noioso. Questo dovuto più di tutto al tipo di narrazione, poiché trama e personaggi non sono poi così malaccio, ma le sovrabbondanti descrizioni del tutti inutili e le orpellature di stile sono completamente fuori luogo, appesantiscono e imbruttiscono l’opera. Soprattutto quando i temi centrali su cui si vuol focalizzare l’autore sono una contrapposizione dualistica tra: il rito, l’abitudine, la legge, la staticità, l’eterno ripetersi uguale a sé stesso da un lato, e il nuovo, il cambiamento, il caos, la dinamicità, l’inserirsi prepotente della nuova vita attraverso l’abbattimento, anche brutale e violento, del vecchiume. In questo, Tito neonato settantasettesimo conte de’ Lamenti, incarna il primo fattore scatenante del nuovo in arrivo, la pietruzza che dà il via alla valanga, già solo per essere venuto al mondo. Pur non avendo quasi ruolo in questo primo libro, se non per la sua nascita. Insieme a lui Ferraguzzo, sguattero delle cucine dall’animo arrivista, vero motore ribelle e macchiavellico distruttore della biblioteca di Gormenghast.
Fatto questo striminzito riassunto della trama ecco il primo elemento fuori luogo: non è un fantasy. Ora, è vero che le vicende si svolgono in un luogo del tutto inventato, senza un dove e senza un quando riferibili alla “realtà” ma… elementi di fantastico uguali a zero! Magia?! No, costava già troppo. Creature mostruose o soprannaturali?! Macché, erano tutte a divertirsi nell’oasi ecologica Tolkien. Nuovi punti di vista strani o una nuova logica di ambientazione?! Figurati, non ci hanno bollato i permessi d’edilizia… insomma, a chi cavolo è venuto in mente di etichettare quest’opera come “fantasy”? Di fantasy non c’è niente, ma proprio niente, nemmeno il famoso Sense of Wonder, al massimo si potrebbe dire “le cose avvengono da un’altra parte” perché non vogliamo riferimenti storici o geografici, punto. Sarebbe più onesto. E se qualcuno ora alza il dito per controbattere: “ehi, ma negli altri due libri fanno vedere qualche stranezza in più, forse è per quello…” è pregato di vestirsi con una maglietta rossa, in modo da risultare ben evidente per il sottoscritto e aiutarlo a prendere la mira per centrarlo meglio in faccia con uno scarpone ben pesante… ecco!
Per dirla tutta alla fine la storia è anche interessante, per quanto scritta in maniera così odiosa, e forse un giorno valuterò l’idea di andare a farmi del male anche col secondo e il terzo volume di questa trilogia. Certo tra molto, molto tempo e non più a spese mie sta volta, una buona biblioteca è quello di cui ho bisogno… alla prossima!
Qualcosa di nuovo…
Non è mistero che intendessi aprire il mio personale dialogo con la scrittura, e lo scrivere, verso nuove forme, a costo anche di chiudere o abbandonare questo spazio, da lungo tempo curato ma ormai quasi troppo lontano da me. E alla fine è successo… insomma, niente di eclatante per il mondo a parte per il sottoscritto, ma ne sono contento di questa mia nuova creatura. Contento è quasi una parola nuova nel mio vocabolario, capita raramente, perciò ne approfitto per usarla ora che posso, nonostante alcune difficoltà si facciano già avvistare all’orizzonte.
Ho ritagliato un nuovo spazietto dove sbriciolare i miei pensieri e ripresentarli con una ricetta diversa. Anche con un certo entusiasmo via. Nonostante al momento sia già in attesa di un secondo spunto creativo. E di un terzo… e di un quarto… e, suvvia ci siamo capiti. Insomma non è facile, soprattutto cercando di darsi (senza troppa ansia) una scadenza regolare per prendere sempre più dimestichezza, superare un po’ lo scoglio della rugginosità data dall’inesperienza. La cosa che più mi fa vivere questo esperimento sotto una luce positiva è l’idea di una scrittura più libera, più creativa e anche, per molti versi, più divertente.
Niente paura, il KarmaBurning di sempre non verrà abbandonato (almeno per il momento… nel futuro, si sa, non v’è certezza) e ci sarà spazio per la mia valvola di sfogo personale anche su queste “pagine” ormai datate. Ecco, forse qui prenderò la decisione di svecchiare un po’ con le impostazioni, i temi, i colori… insomma, magari entro la primavera ci passo e una spolveratina di rinnovo la faccio anche da queste parti. Si sa mai, la mia testolina bacata ora è lanciata giù a capocollo in discesa. E magari me la rompo pure…
Insonnia
Il mio oggi è ancora ieri e non mi lascia dormire. Questo è il primo effetto dell’insonnia, rendere il tempo un flusso unico, senza interruzioni, nonostante la doppia camomilla presa per dare un colpetto di gomito alla sonnolenza… macché, non è durata più di un paio d’ore scarse. Un torrente in piena di pensieri trascina con sé anche il ticchettio dell’orologio, fregandosene di scatti della mezzanotte, di sistemi d’ora legale o solare, per una mente irrequieta si comincia col lento, laborioso sgocciolare del ghiacciaio, si passa saltellando sbatacchiati da una roccia all’altra e infine ci si tuffa roboanti oltre il letto… del fiume, sì, ma anche quello concreto di casa, perché è pur sempre d’insonnia che si parla.
A volte si hanno giornate fuori dall’ordinario, nel bene o nel male, e non ne vogliono sapere di comportarsi come le altre e terminare lì, dove s’incontrano in piedi le lancette. In piedi sono e in piedi restano, o ci tornano poco dopo. Ti svegli un mattino immerso nella nebbia che sfuma le sozzure dei palazzi e non prendi sonno nella notte nitida come uno specchio, scesa come un corto pigiama troppo consunto per scaldare l’animo, per renderlo malleabile e fargli attraversare le strette fessure d’ingresso al Parco Giochi di Morfeo. Resti in coda senza biglietto, senza diritto ad alcuna riduzione, e non è necessariamente un male.
L’unica cosa di cui non c’è da preoccuparsi è dell’indomani. Anche perché l’indomani sarebbe già oggi nel presente che è ancora ieri. Fa parte dei vantaggi forniti nello stato confusionario in cui si vive tra il reale e l’irreale. Scriverne poi rende il tutto più divertente, non si avverte il bisogno di avere un prima o un dopo, di legare una frase a un concetto, di fornire un vero contributo agli argomenti di cui si sta svolgendo. Niente di tutto questo, solo descrizione estemporanea. La prova di non essersi lasciati sfuggire l’occasione di fotografare, a parole, questo strano esemplare mitologico di: “oggi ancora ieri in arrivo per domani”.
Buona notte a tutti voi…
Mutande rosse
Contro ogni mia abitudine quest’anno non farò, né qui né altrove, un bilancio di questo semi-defunto 2011. Chi ha, o ha avuto, la pazienza di leggere queste righe altalenanti, scivolate dentro umori dai toni sempre più cupi, si può ritenere già sufficientemente tediato informato sul come mi ronza e su tutti i miei voli, pindarici e non. Ebbene sono qui, a casa, a pochi minuti dal mettermi a cenare per l’ultimo dell’anno con più leggerezza di ieri, con un pizzico in meno di amarezza varia e il tradizione gesto benaugurale di vestire in rosso. Perciò senza altre menate o piumate…
…vi auguro di cominciare un
SCINTILLANTE 2012
… e in culo alle profezie Maya!
Far from reality
Mi sento, a volte, molto lontano dalla realtà e quando ci ricasco dentro… beh, non è esattamente come una secchiata gelata in faccia, somiglia di più al pesante recupero da una febbre. Insomma, lucido ma ancora indolenzito. In effetti, temo di essermi ammalato e impigrito da troppi cicli lunari, da parecchi cambi di vestiti e da qualunque alta cosa si riesca a utilizzare per sgranellare la clessidra del tempo.
Dedico più tempo alla lettura che agli amici. Passo più volentieri una serata su un videogame piuttosto che impegnarmi a migliorare la situazione lavorativa. E quando ritaglio una finestra mentale dai miasmi quotidiani, la lascio scivolare con piacere nei meandri della mia creatività frustrante e inconcludente invece di applicarmi in qualcosa di significativo. E’ una situazione alienante.
Molte persone, conoscendomi, assecondano questo mio modo di viviere e mi dicono cose come: “prendi i tuoi spazi, ne hai bisogno” o ”dedica del tempo a fare qualcosa che ti piace”. Insomma, a me gratifica ricevere l’affetto intrecciato in questi consigli, anche buoni consigli se vogliamo, però in ogni cosa buona si rischia del marcio e il problema qui è di cadere dell’egoismo, nel viziarsi, nel lasciarsi andare alla deriva, nel saturarsi. Più tieni la luce spenta per nascondere i mostri orribili nella stanza da letto e meno avrai voglia di riaccenderla.
Acceso. Spento. Acceso… spento. Acceso, spento. Acceso-spento. *bum!*
Arriva il botto, fa un bel buco vuoto, resta spento e crolla via tutto. Macerie, pulviscolo, questa è il tipo di quiete che aleggia adesso, non una vera serenità ma un silenzio di calcinacci senza uno scoglio di struttura a cui essere accozzati. Ground zero. Una quiete forzata. E mentre sopravvivevo al mio olocausto interiore sono stato a lungo lontano dalla realtà. Bene, è ora di uscire e andare a rubare nuova linfa di vita in giro. Baci!
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