Mutande rosse

Contro ogni mia abitudine quest’anno non farò, né qui né altrove, un bilancio di questo semi-defunto 2011. Chi ha, o ha avuto, la pazienza di leggere queste righe altalenanti, scivolate dentro umori dai toni sempre più cupi, si può ritenere già sufficientemente tediato informato sul come mi ronza e su tutti i miei voli, pindarici e non. Ebbene sono qui, a casa, a pochi minuti dal mettermi a cenare per l’ultimo dell’anno con più leggerezza di ieri, con un pizzico in meno di amarezza varia e il tradizione gesto benaugurale di vestire in rosso. Perciò senza altre menate o piumate… :mrgreen: …vi auguro di cominciare un

SCINTILLANTE 2012

… e in culo alle profezie Maya! :D

Far from reality

Mi sento, a volte, molto lontano dalla realtà e quando ci ricasco dentro… beh, non è esattamente come una secchiata gelata in faccia, somiglia di più al pesante recupero da una febbre. Insomma, lucido ma ancora indolenzito. In effetti, temo di essermi ammalato e impigrito da troppi cicli lunari, da parecchi cambi di vestiti e da qualunque alta cosa si riesca a utilizzare per sgranellare la clessidra del tempo.

Dedico più tempo alla lettura che agli amici. Passo più volentieri una serata su un videogame piuttosto che impegnarmi a migliorare la situazione lavorativa. E quando ritaglio una finestra mentale dai miasmi quotidiani, la lascio scivolare con piacere nei meandri della mia creatività frustrante e inconcludente invece di applicarmi in qualcosa di significativo. E’ una situazione alienante.

Molte persone, conoscendomi, assecondano questo mio modo di viviere e mi dicono cose come: “prendi i tuoi spazi, ne hai bisogno” o ”dedica del tempo a fare qualcosa che ti piace”. Insomma, a me gratifica ricevere l’affetto intrecciato in questi consigli, anche buoni consigli se vogliamo, però in ogni cosa buona si rischia del marcio e il problema qui è di cadere dell’egoismo, nel viziarsi, nel lasciarsi andare alla deriva, nel saturarsi. Più tieni la luce spenta per nascondere i mostri orribili nella stanza da letto e meno avrai voglia di riaccenderla.

Acceso. Spento. Acceso… spento. Acceso, spento. Acceso-spento. *bum!*

Arriva il botto, fa un bel buco vuoto, resta spento e crolla via tutto. Macerie, pulviscolo, questa è il tipo di quiete che aleggia adesso, non una vera serenità ma un silenzio di calcinacci senza uno scoglio di struttura a cui essere accozzati. Ground zero. Una quiete forzata. E mentre sopravvivevo al mio olocausto interiore sono stato a lungo lontano dalla realtà. Bene, è ora di uscire e andare a rubare nuova linfa di vita in giro. Baci!

Pantofole, regali e lucette intermittenti

Questa sera riunione aziendale. Con rinfresco a seguire. Vestito sistemato, barba aggiustata… corsa in mezzo al traffico imbottigliato dell’ora di punta. Serata blanda, l’aria che tira sa di stanchezza e persone invecchiate. Mi guardo attorno ma di veri veterani siamo rimasti in pochi. A volte ho la sensazione di come dovevano essere le società massoniche, ti guardi attorno e a ogni volto non riesci ad associare un ricordo ma soltanto una domanda: questo/a chi è?

Dopo aver ascoltato un discorso, poco organico ma molto più spontaneo del solito, finiamo in lounge-bar tra tartine fredde e battute scontate. Va bene non mi lamento per sta volta, penso, ci sono situazioni peggiori e di molto… non è un tempo per la quale è opportuno lagnarsi. Chi ha qualcosa è già un passo avanti rispetto a chi non ha niente, proprio niente. E a me arriva qualcosa. Uno stipendio, una tredicesima, un panettone a fine anno. C’è chi guarda a queste cose con un tono di sufficienza, e forse non ha tutti i torti, in fondo il padrone è pur sempre il padrone non sta mica lì per beneficenza, eppure mi accorgo che… vuoi la situazione attorno, vuoi il momento di recessione… mi accorgo di quanto abbiano molto più valore queste attenzioni, che ho sempre considerato essere relativamente delle cavolate (per essere fini) ma che alla fine, stringi stringi, quando si arriva all’osso fanno la differenza.

Avrei voluto scrivere diversamente questa sera, mi rendo conto che avrei preferito mettere in cantiere ancora un altro paio di post prima di fare gli auguri, ma non è il momento. In questo momento ho bisogno di infilarmi le pantofole, stare in poltrona a guardare i pacchetti raccolti sotto l’albero addobbato, godermi un poco di “focolare domestico” e trovare, o ritrovare, uno spirito differente con cui rinnovare le cose. Perciò il mio consiglio, per chi finisse accidentalmente o apposta su queste righe, è: passate un Buon Natale guardando con sincerità ciò che addobba la vita.

Vi lascio in compagnia di un simpatico sketch scovato da miss Godot… ancora TANTI AUGURI!!

S(h)elf control

Esco da un week end col ponte di tutto rispetto, faticoso ma pieno ed entusiasmante. Tanta polvere, tanta fatica: così è girare per i mercatini dell’usato, soprattutto quando si parla di libri. Già… libri. E mentre la mia fantasia se ne sta in mutande (ottima immagine fornita nell’ultima discussione da zietta Tasti) ad aspettare l’occasione di rimettersi in attività, il mio piccolo sederino irrequieto non se n’è stato troppo a riposo. No anzi, si è messo in marcia in cerca d’ispirazione, di una fonte vitale, di vecchie novità. Così finisce al Salone del Libro Usato di Milano.

Qui bisognerebbe aprire una parentesi di carta ingiallita, copertine sbiadite e quintali di titoli, autori, generi, e… vabbé, inutile tediare di aggettivi quantitativi o qualitativi, un’occasione preziosa per un fanatico della lettura come il sottoscritto. Poi c’è la crisi, inutile soffermarsi su questo punto, direi che è all’ordine del giorno, e la questione dei remainders introvabili, i fuori-catalogo, i vecchi irrinunciabili, irristampabili. Libero scambio: una carrettata di libri, per una manciata di quattrini; sono contento.

Eppure… eppure alle volte mi sento italiano fin dentro al più dentro del midollo, nel DNA e oltre, quando nonostante tutto mi sento incontentabile. Quando anche dopo aver racimolato pietre miliari come la raccolta de “Il mondo di Nehwon” del prestigioso Fritz Leiber, o “La guerra degli dèi” di Poul Anderson, o l’edizione Piccola Biblioteca Adelphi de “L’epopea di Gilgameš” a prezzo ridottissimo (della stessa edizione purtroppo non sono riuscito a trovare la “Lolita” di Nabokov). Ebbene, nonostante questo quando il troppo non è mai troppo, sento che mi piange il cuore a non aver potuto, per questioni strettamente economiche, portare a casa anche una prima edizione in tre volumi del “The History of Indian Literature”. E’ triste ammetterlo, riuscire a dire di “no” e mantenere l’autocontrollo quando lungo il tratto cervicale scorrono intense scariche di adrenalina e si sentono rizzare i peli del collo, per via dell’enorme campo elettrostatico suscitato da messaggi neurali impazziti, non è affatto facile. Nossignori, non è affatto facile. Qui mi sa che ci vuole una nuova libreria sulla lista dei regali per il prossimo Natale.

Prove tecniche di trasloco

Ieri mi sono preso la briga di fare una prima esportazione del contenuto di questo blog. Il motivo è semplice: siamo in dirittura d’arrivo. Lo so, lo so, non è la prima volta che vado a dire di chiudere, sospendere e/o di voler mettere tutto lucchettato a impolverare su qualche armadio. So benissimo che ogni volta lo dico, lo faccio e poi puntualmente ritratto. Questa volta è diverso (anche questa è già stata scritta, ma se continuiamo così non arrivo al punto). Dopo quattro anni e mezzo di imbrattamento del web, con toni sempre più strascicati, mi pare opportuno prendere il toro per le corna e fare un paio di conti.

In primis ci sono i contenuti. O meglio, mancano nuovi sviluppi dei contenuti. E arrivare a dire in un post che non si sa su cosa scrivere post, l’ho sempre considerato una linea di confine. Un equivalente del lampeggiante rosso con sirena dei film con sottomarini, siluri, gente che corre da tutte le parti in claustrofobici corridoi metallici e il genere di situazioni in cui si riesce a intuire meglio quanto sia difficile arrivare alle pensione certe volte. Ed è proprio al mandarmi in pensione (blogicamente parlando) la cosa a cui penso.

Ogni volta in cui mi ficcavo in questa situazione rispolveravo il concept del blog, delineando un nuovo contenitore per dei nuovi contenuti o dei vecchi contenuti con una veste diversa.

In apertura con ”Eat me & Drink me” c’era alla base un desiderio di volersi condividere, di lanciarsi a capofitto e trovare una catarsi nello smembramento di un’interiorità ai tempi già troppo invadente. Poi, dopo un lungo periodo di assenza, è il turno di “Strada di parole” a farsi spazio; un contesto più vicino al formato di un diario, una specie di versione letterale della pista di sassolini lasciata da pollicino, composta in parti eguali da momenti di ascesa, declino e di realtà densa, diretta. Anche qui man mano arriva un momento di stanca. Allora nasce  ”Rattoppathos” quasi per gioco, dove riallacciare i pezzi stracciati, forse gli stessi del miasma dicotomico causato da “Eat me & Drink me” ma in direzione opposta, e arricchiti quanto possibile anche da toppe nuove, parti inconsuete marcate da entità viscerali ed emotive. Rileggendo le mie stesse parole è facile intravedere che la sommarietà di questo paragrafo, di queste interpretazioni, non renderà in pieno un riscontro diretto nei post dei vari passaggi; il timbro principale del mio scrivere è sempre stato molto legate al momento e ai bisogni stessi del momento, anche se la forma in cui perviene può rivelare differenti connotati e sicuramente non sono sempre così facilmente associabili alle intenzioni.

Ed ecco arrivare il momento delle api di “Curry Bee”. Quando l’idea del titolo pungente dice di non voler avere più niente a che fare con le impostazioni strettamente personali dei suoi predecessori e invece cosa fa… ricade dentro la stessa falla dalla quale era intento a starne lontano. Irresistibilmente attratto dalle intense fragranze dei fiori del male, dirige la sua natura ronzante a succhiarne polline sino allo sfinimento. E avvizzisce.

Ma questo è solo un preludio di chiusura…

“Qui l’anima s’immerge in un bagno di pigrizia, aromatizzato dal rimpianto e dal desiderio. – Qualcosa di crepuscolare, di bluastro e di rossastro; un sogno di voluttà nel corso di un’eclisse.”
da “La camera doppia” [Lo spleen di Parigi - Charles Baudelaire]