L’abito non fa il monaco

Niente convenevoli, il periodo fa schifo. Ho visto novembre chiudersi assieme a un brutto capitolo aperto da gennaio. Purtroppo questo non implica averne cominciato uno migliore, anzi, è come se fin’ora ci fosse stato qualcuno appeso al ciglio di un burrone e l’unica persona incaricata di aiutarlo non abbia mostrato nessun interesse, lasciando che le condizioni, di per se già delicate, si aggravassero senza fare alcunché in proposito. Togliersi dai piedi una persona del genere è di certo un impiccio in meno per affrontare il problema, ma a tutti gli effetti non aiuta a superare la situazione critica o a sentire di aver sprecato tempo, affidandosi a una persona simile, limitando le possibilità di recupero prima che tutto diventi dolorosamente irrmediabile.

Alla tenera età di due anni mi portarono all’ospedale e venni operato; da quel giorno perso nella memoria degli anni ’80 rimasi così sconvolto dai medici da averne terrore alla semplice vista di un camice bianco. Gli anni successivi non andarono meglio con la salute, almeno fino ai 13 anni, e alla fobia dei camici bianchi si aggiunse quella di siringhe e punture. Col tempo ho imparato gradualmente a superare la paura dei camici bianchi e, in occasioni uniche come per il mio tatuaggio, a far tacere anche la seconda. Ora non è più la mia salute in bilico, ma son bastati pochi mesi e quello costruito in molti anni si è disgregato, facendo risvegliare quel qualcosa mutato in rabbia, incazzato come nemmeno la paura iniziale per i camici bianchi poteva davvero esserlo.

Guardare ogni giorno negli occhi qualcuno a cui si vuole bene, consapevole di non poter far nulla per tenersela stretta. Vivere una guerra quotidianamente in cui il principale nemico dovrebbe invece proteggere e difendere. Abbracciare tutte le volte una persona sempre con più intensità e terrore, mentre la si sente sgretolare, scivolare via come sabbia tra le dita, un mondo… una vita.

“And I wish that I was made of stone
So that I would not have to see
A beauty impossible to define
A beauty impossible to belive
A beauty impossible to endure”

Nick Cave – Brompton Oratory

“I see faith in your eyes
never your hear the discouraging lies
I hear faith in your cries
broken is the promise, betrayal
the healing hand held back by the deepened nail”

Metallica – The God That Failed

731: due anni senza

Rompo il silenzio per un breve passaggio, un momento sì breve, ma importante… per me. Oggi festeggio un giorno particolare, uno di quelli che se puoi ti ricordi per una vita. Poco dopo la mezzanotte del 10 Novembre 2007 ho fumato la mia ultima sigaretta. Da allora sono passati due anni esatti, circa 731 giorni. E’ il periodo più lungo in cui sono stato senza fumare da quando, quasi diciannovenne, cominciai regolarmente. Prima di questa ci furono tre pause: una da 4 mesi, una da 6 mesi e una di circa un anno. Non starò qui a tediarvi coi motivi per cui ho fatto queste “pause”, cosi come non vi rattristerò sui motivi per cui ricominciai, perché ognuno sa, a modo suo, che si tratta solo di semplici espedienti per togliere qualcosa che, in definitiva, danneggia gravemente il proprio portafoglio e la salute, propria e degli altri. Dopo tanto tempo comunque la domanda più spontanea è: ne sento la mancanza? Normalmente no, ma qualche volta, soprattutto nei momenti più difficili e dolorosi come quelli vissuti nell’ultimo anno, si affaccia un flebile pensiero, più una tentazione semmai, che mi fa capire quanto non si sia ancora al sicuro, quanto debba stare sempre all’erta per non tornare nel vortice di quel vizio.

Qualcuno di recente mi ha detto: quando scrivi, a volte, sembra trasparire il fatto che sei un fumatore. Non mi è difficile crederlo, fumare per me era sempre stato uno stimlo, una coperta calda, un luogo silenzioso, tranquillo, ovattato che lasciava emergere la mia creatività, ammesso ne abbia davvero una… ho dovuto imparare a fare senza anche per quello, ma non mi riesce ancora così facilmente secondo me, né altrettanto bene. Poi ci sono alcuni ricordi legati alle sigarette, decine di momenti legati a questa caratteristica, come quando scelsi il primo nome di questo blog ad esempio. Mi vien da sorridere, in questo istante mi sento come i protagonisti dei telefilm, nella puntata in cui c’è il “momento dei ricordi” e tutto l’episodio è una lunga sequenza di spezzoni e gags delle vecchie puntate, messe a cornice in unico racconto. Di solito, in questi casi, a fine puntata i protagonisti del telefilm imparano qualcosa o ricavano una morale, ma io non ho nessuna di queste due cose da fare. Ci sono solo i miei due anni di astinenza dalle sigarette anche se, come le vecchie fiamme, un po’ mancano e mai si dimenticano… infondo, se conto su quante sigarette ho posato le labbra, potrebbero quasi anche loro dire di esser state le mie amanti.

Narciso e Boccadoro

Ho appena oggi finito di leggere per la prima volta il Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. Devo dire ch’è un libro sorprendente e pieno di piccoli spunti di riflessione ma (e lo scrivo anche a costo di venir lapidato a vista) dotato di un pessimo finale secondo me.

Inutile aggiungere che il premio nobel Hermann Hesse infila trovate piuttosto geniali qua e là durante tutta la trama di questo libro, anche se il meglio del meglio che abbia scritto resta il Siddharta secondo me. A prescindere da queste valutazioni personali c’è un bel libro dalla prosa fine e articolata che sa farsi leggere fino in fondo tutto d’un fiato.

Adesso la mia questione in auge di nuovo è: cosa leggerò la prossima settimana che mi accompagni al lavoro in autobus? Non lo so, nel frattempo devo gettarmi in questo week end a metà tra il piacevole e il malinconico per la partenza della mia Regina di Cuori verso la sua terra d’origine.

Una settimana di lontananza e una settimana senza ancora un libro che l’accompagni. Una settimana in solitudine e una settimana di raccoglimento delle idee per il futuro. Mando un abbraccio a tutti e torno nel mio silenzio ancora un po’… ma per poco poco.

Fetta di torta

C’è una parte di me totalmente contraria a scrivere in questo momento, perché vorrei che non ci fosse mai nessuno per leggerla, e c’è invece un’altra parte che sente il bisogno di dire qualcosa, di metterla in luce. Beh questa sera, se riuscirò a trovare la forza di pubblicare queste parole, avrà vinto la seconda.
Non sarà facile per me arrivare fino in fondo, ho un turbine misto di pensieri ed emozioni che non mi permettono di dormire, ma nonostante questo l’occhio al centro del ciclone è fermamente aperto e solido.
Ho un desiderio da esprimere questa sera, un desiderio forte e vitale, niente come in questo momento è mai stato più importante per me e mi lancerei nel vuoto se fosse necessario per realizzarlo. Chiedo al cielo e spero, non mi è mai capitato in vita mia di farlo, non come ora, non per qualcosa di così importante.
C’è una fetta di torta, c’è una fetta di torta lontana nel futuro. C’è una fetta di torta con una piccola candela sopra, a molti anni da adesso, e una persona intenta a guardarla che sta per spegnerla. C’è questa persona, è la sua festa di compleanno, avrebbe i capelli bianchi ma se li tinge, la guardo con amore, profondo amore. Guarda la candela, la cifra che vi è sotto e guarda me, e ogununo di questi sguardi è carico di felicità. Non potrei che essere felice anch’io di rimando in un momento così. A chent’annos, coro meu! Ses s’ischintidda de Deus.