Terra brutta e desolata

Da un anno a questa parte, anche più, desideravo poter cambiare il solito panorama quotidiano, a tal punto da perdere di significato la meta e ”tutto purché lontano da qui”, pensavo. Adesso, in questi giorni, il suddetto bisogno tanto atteso si è realizzato ma non sono della stessa idea… il dove è importante.

Girellavo in auto quando, chiacchierando, esce il commento: “di terra brutta e desolata ne ho vista molta in questi giorni… beh, in effetti qui non è nemmeno tanto brutta ma certo resta molto desolata”. E in fondo, appena finisco la frase, sento un piccolo colpo. Un colpo o, piuttosto, un senso di colpa.

Ebbene sì, mi rendo conto di non avere alcun diritto di denigrare qualcosa che magari vorrebbe dare, si sforza, ma di più non può. Lo capisco bene, mi ci ritrovo pure pienamente in questo e allora mi pento di un giudizio tanto affrettato, sento specchiarsi qualcosa anche se l’immagine resta gran parte sfocata.

Nella mia siccità di pensiero, nella secchezza di emozioni in cui mi ritrovo, percepisco una grande aridità d’animo e con quanta altra durezza mi devo porre per recuperare uno stato più florido d’interesse? Quanto sale, quanta polvere, quanta ulteriore cristallizzazione può guarire le ferite di una terra così brutta e desolata? Beh davvero, mica poi tanto brutta in fondo…

(Anesthesia) Pulling Teeth

Avviso: gentile navigante, cortese lettore, l’articolo proposto di seguito contiene frasi esplicite, toni incavolati ed espressioni poco eleganti, definite in un contesto dai contenuti forti, destinati a un pubblico adulto e poco impressionabile. Nel rispetto della sensibilità individuale di tutti e della civile convivenza su web, voglio sottolineare che non è mia intenzione, come autore del post, di offendere nessuno, né di scatenare discussioni accese o di avallare l’uso di termini volgari o inappropriati nei commenti… quello che state per leggere, se deciderete di continuare a farlo consapevoli del mio avviso, è soltanto lo sfogo di un poveraccio a cui, per una volta, viene concesso di lasciarsi andare a qualche licenza in più a scopo, se vogliamo dire, psicoterapeutico. Siate clementi e vogliate scusarmi…

Sto cercando ancora di riprendermi dalla giornata di ieri. Forse sarebbe più giusto dire dalla traumatizzante giornata di ieri. Alcuni potrebbero obiettare, in quanto magari conoscono la mia passione per lo scrivere, che il termine traumatizzante non è abbastanza evocativo, si tratta di un aggettivo vago, generico, bisogna “mostrare, non raccontare”, ecc. E allora mi sforzerò e cercherò in tutti i modi di trasmettervi, di evocare e di mostrarvi al meglio il concetto: traumatizzante; così difficile e astruso da rendere a parole, in quanto stato d’animo, parziale o completo, suscitato da cause differenti in modo differente su soggetti differenti… e allora qui mi diletterò a descriverlo in modi e stili differenti a modo mio.

Se traumatizzante fosse un macabro libro di ricette…

INGREDIENTI:
- 500gr di tensione lievitante
- 1 studio medico dentistico
- 2 fobie piuttosto datate: sui medici e sulle siringhe
- 1 dente cariato
- 1 radice da devitalizzare
- 1 giornata di pioggia
- Anestesia q.b.

PREPARAZIONE:
Prendete appuntamento con lo studio dentistico e come prima cosa tagliate i 500gr di tensione lievitante a fettine sottili, adagiatele quindi in una terrina cranica, in cui sia stato precedentemente posizionato il vostro dente cariato. Disponete in seguito su più strati le due fobie ben datate e fate ribollire tutto a fuoco lento, per un paio di giorni, finché non esce un impasto omogeneo di soggetto rabbioso.

Giunti allo studio medico dentistico con la terrina di nervosismo ben conservata, separate il dentista dall’assistente evitando che la monti a neve trasformando il posto in reparto ginecologico. Stendete il soggetto sullo stampino a forma di sedia odontoiatrica e aggiungete, con una siringa, alcune dosi di anestesia. Tritate la radice da devitalizzare finché ne otterrete una poltiglia, con urla di dolore e soggetto lacrimante (un effetto simile si ottiene sgozzando un vitello mentre gli strofinate cipolla negli occhi), aggiungendo dosi a piacere di anestesia.

Al punto di rottura fate una pausa con effetto drammatico, aspettate giusto qualche secondo per valutare che il soggetto abbia raggiunto uno smunto colorito ciano, tipo verdura stracotta. Rendete esangui gli ultimi brandelli di carne del soggetto lasciandolo freddare dal dentista mentre spiega che il dente non è ricostruibile. Segate in due pezzi il mozzicone rimasto, prendete un paio di pinze e con decisione spiazzante strappate via senza rimorso… et voilà: servite grondante sangue e metteteci la giornata di pioggia come contorno a piacere!

Se traumatizzante fosse riassunto in una spy-story a puntate…

PRIMA PUNTATA: un giovane dentista di belle speranze e una mummia affumicata di assistente passavano le giornate nei pressi di un ridente studio dentistico, quando un giorno, di primo mattino, alla loro porta suonò un importuno viandante intabarrato con un problema…

SECONDA PUNTATA: il dentista e la mummia, dopo aver concesso asilo al viandante, ascoltarono la sua storia. Costui da tempo viveva ramingo, in preda a dolori atroci e immani sofferenze, causategli da una carie interna all’organismo. Ovviamente si trattava di un linguaggio in codice, così disse la parola d’ordine “ho un appuntamento…”

TERZA PUNTATA: ma il giovane di belle speranze e la sua assistente non avevano alcune intenzione di farla passare liscia al tizio misterioso. Con l’inganno lo fecero sdraiare su una poltrona scomoda e con una siringa gli iniettarono un siero amarognolo dritto in bocca. Poi, con uno sguardo d’intesa, iniziarono a torturarlo dalla radice nel tentativo di devitalizzare il malcapitato…

QUARTA PUNTATA: lì disteso cercarono di farlo cantare a forza, usando strumenti e apparecchiature ritorti, che emettevano suoni come fischi penetranti. Conoscevano e sfruttavano i suoi punti deboli, le sue paure più profonde: siringhe e medici. Fecero strillare e contorcere dal dolore il misterioso malcapitato, fino alle lacrime. Capito di trovarsi di fronte a un osso duro il sadico dentista prese una decisione “strapperemo quel maledetto dente con la forza” disse. Usarono altro siero e passarono a maniere ancora più forti…

QUINTA PUNTATA: il misterioso viandante, dopo il trattamento drastico dei due violenti psicotici, uscì gonfio e pesto sotto la pioggia battente, con l’animo straziato e il corpo infreddolito. Si alzò il bavero e si strinse nel cappotto per cercare un minimo di calore. Ingollò un paio di boccate di sangue e si diresse mesto verso casa con le ginocchia tremanti…

Se traumatizzante fosse una serie di domande esistenziali…

Cosa ci faccio fuori da questo studio dentistico? Chi me l’ha fatto fare di venire fino qui con questa pioggia fitta? Oddio, ma quanti anni avrà la salma abbrustolita? Ci sarà da fidarsi con questo ennesimo bastardo di dentista? Scommetti che appena sdraiato m’infilzano con quel cazzo di siringone dell’anestesia? E quello a cosa serve? Oh Gesù mi stanno spaccando la bocca in due, perché? Cos’ho fatto di male? Toglierlo? TOGLIERLO? Merda, ancora anestesia? Ma quando finisce sta tortura? Quando? Cazzo, e adesso ci devo pure ritornare fra dieci giorni? Cos’ho fatto di male per meritare tutto questo?

 

Bye the way

Prenderò il discorso alla larga, perdonate la digressione. Ogni giorno sento attorno a me persone che dicono: “manca il lavoro…”, “è difficile lavorare di questi tempi…”, “c’è crisi di lavoro…”. E ogni volta che posso non esito a rimarcare il fatto per cui: in Italia NON manca il lavoro ma stipendi adeguati, stabilità contrattuale e dignità lavorativa. Più un paio di altre cosette. Per chi ha voglia di fare ce n’è da fare, bisognerebbe soltanto dargli il giusto riconoscimento e condizioni di vivibilità più civili.

Ci sono persone per cui il lavoro è soltanto una fonte di guadagno e mantenimento, nulla di male in questo. Ma ci sono persone per cui il lavoro, il proprio lavoro, è qualcosa di più. E’ un mestiere derivato dalla passione, imparato attraverso anni di studio, maturato nel tempo attraverso le gioie, i dolori, le soddisfazioni e le difficoltà. Insomma non è più solo un lavoro, per alcuni è, o diventa, un vero e proprio stile di vita. Così, da questi esempi, nascono i luoghi comuni, i cliché, a volte anche le barzellette, e soprattutto si riporta quella persona alla “categoria” in cui lavora.

Quindi può venir naturale dire a questo genere di persone “ragioni…”: da avvocato, da ingegnere, da economista o, come in questo caso, da medico. E qui arriviamo al punto, anzi ai due punti: il consiglio da medico. Da inizio settimana me la sono passata poco bene in quanto a salute, motivo per cui l’altro giorno sono andato dal mio medico di base. Lei, la dottoressa, mi conosce e mi segue da molti anni. Le racconto per filo e per segno tutto quel che mi è successo, poi mi visita e infine resto lì, aspettando un diagnosi. Lei mi guarda, prescrive una cura ricostituente per lo stomaco, mi riguarda e dice: “sei stressato, prendi qualcosa?”.

Sgrano gli occhi, colto in contropiede, almeno in parte, e rispondo: “no, non prendo nulla, giusto una valeriana una volta ogni secolo, in casi estremi”. Lei mi guarda e, senza esitazioni, un secondo dopo aggiunge: “ok, allora prendine almeno una tutte le sere per un mese”. Gli occhi, i miei occhi, erano già stati sgranati prima, siccome è impossibile scalzarli fuori dalle orbite senza interventi esterni, mi casca il mento sta volta. Riprendo un’espressione meno esterrefatta, abbozzo un mezzo sorriso: “che scherza?!”. Lei scuote la testa: “non vedi, non riesci nemmeno a stare comodo sulla sedia”. Gelo lungo la schiena, è vero. Mi sono rigirato in tutte le posizioni su quella poltroncina come un ossesso.

Cerco di portare le mie ragioni, mi conosce e abbiamo anche una certa confidenza dopotutto, ma mentre lo faccio capisco che non serve a nulla, non devo convincere lei, devo solo decidere io, dal canto suo mi ha dato solo un consiglio. Un consiglio da medico. Compila tutte le ricette, finiamo la chiacchierata, la saluto ed esco da quello studio come se mi avessero dato un cazzotto allo stomaco. Lì, alla bocca dell’orgoglio. Non capisco, eppure la dottoressa mi conosce da tempo, pensavo potesse intuire il mio astio verso certe soluzioni. Tanto più che ho smesso di fumare da più di tre anni per non avere cause, anche minime, di stordimento da nevrosi e difficoltà.

Rientro a casa e, in questi giorni, parlo del consiglio dato dal medico a un paio di persone, mi servono altri pareri. Pareri di persone non mediche, che non hanno di questo lavoro uno stile di vita, un punto di vista formato dalla professione, ma che mi conoscono abbastanza e sanno con cosa ho a che fare. E anche loro concordano, condividono questo parere medico. A me non sta bene, penso che esagerano, e sono estremamente confuso sulla reale necessità di darmi una calmata chimica per reggere la quotidianità.

Se fosse così, beh ammetto sinceramente, piuttosto ricomincerei a fumare. Citando una canzone si dice: “E’ meglio il diavolo che già conosci”. E forse per alcuni va bene così, perché davvero la vita è un inferno di cui a volte non ci si rende più nemmeno conto. Ma non va bene a me, non sono fatto di quel tipo.

Burnout the sun

E quando… il gallo vorrebbe eliminare l’intero pollaio: illumina e scalda, illumina e scalda.
E quando… l’evoluzione conduce sul sentiero delle amebe: illumina e scalda, illumina e scalda.
E quando… anche il pappagallo e il babbuino strillano a più non posso ma nessuno li ascolta: illumina e scalda, illumina e scalda.

E se… la papera starnazza infelicità per colpa del maiale: illumina e scalda, illumina e scalda.
E se… l’abbaiar del cane è segno dei morsi che ha subìto: illumina e scalda, illumina e scalda.
E se… anche la cornacchia e il gufo scioperassero dal tetro esistenzialismo: illumina e scalda, illumina e scalda.

E dopo… la sbronza degli orsi travestiti, la sfilata dei tacchini in plastica e i colori dei pavoni invernali: illumina e scalda, illumina e scalda.
E dopo… la nebbia, il cemento, e la nutria morta sul ciglio della strada: illumina e scalda, illumina e scalda.
E dopo… anche l’abbandono delle farfalle multicolori e la moria delle laboriose api da miele: illumina e scalda, illumina e scalda.

E alla fine… spegni giù tutto, è ora di far colazione.

(PS: nessun animale è stato realmente ferito durante la creazione di questo post).

Can’t bee

Avrei molte cose da dire, ma non molte cose da scrivere. Avrei molte idee da realizzare, ma non ho idea di come realizzarle. Avrei anche più possibilità, ma non è possibile accettarle. Per adesso l’unica cosa è aspettare… e resto in attesa con una canzone (nb: scelta ispirata sui Moonspell dall’attuale tema in salsa portoghese di miss kokeicha). Ancora una volta: a presto!

 

Can’t Bee

Moonspell


Can’t bee your lover
Can’t bee that loveless
Can’t bee that healing rope, or anything
Can’t bee without you, the one or the other
Can’t even bee what you are for me

Can’t even bee your final solution
I hope I was your final pollution

Can’t bee your motion
Can’t bee that frozen
Can’t bee those limbs you miss, or everything
Can’t bee the apocalypse, one or the other
Can’t live your life for you and for me

Can’t even bee your final polution
I wish I was the heartbeat of your destruction

Can’t bee like you
Can’t bee that hateful
Can’t bee that cross to bridge, or just that thing
Can’t bee the insect stroke, the distracted love
Don’t dare to bee what you are for me

Can’t even bee your absolution
I pace at the rhythm of your consumption