Aspettando l’Epifania

E’ notte, è dicembre, le luci restano accese più a lungo con i giorni più corti. Sono fredde tenebre che racchiudono in un guscio la rinascita, ancora lontana. Duplicità del tempo: guardi l’orologio approssimarsi allo zero mentre un dito d’aria ti sfiora nell’interspazio tra il calzino e l’orlo del pigiama, e scopri con lucida intensità che qualcos’altro è già andato sotto lo zero. Qualche decade fa avrei desiderato intensamente la neve, formulando l’idea istantanea di una semplice equazione: neve alta = un giorno in meno di scuola. Adesso non ne avrei bisogno, di questo passo la scuola potrebbe non arrivare a Pasqua. E sempre qualche decade fa avrei desiderato di tutto a Natale, lasciandomi dominare e avvinghiare dal gioco della meraviglia di luci dorate e fiocchi curvilinei. Adesso… adesso faccio una smorfia pensando al dovere dei regali, invento barzellette maligne e caustiche del tipo:  ”Che differenza c’è tra Babbo Natale e Berlusconi? Nessuna, è solo una questione di appuntamenti: uno ha l’impegno di passare almeno una notte l’anno con otto renne, l’altro ha l’impegno di passare almeno una notte l’anno con una mino-renne”. Adesso sono grande e aspetto l’Epifania.

Chiudo gli occhi (no, non per davvero o non riuscirei a scrivere) e immagino la sua figura curva sulla scopa, la pelle ruvida e avvizzita, una risata sgraziata, e scuri abiti svolazzanti che si confondono con la notte. L’Epifania è un blues pieno, curato, secolare, è anche il suo solo aspetto dalle mille rughe, consumate e rattoppate, diventa una mappa della maturità di esperienze, di crescita, di maturazione. Si è nuovi, forse, solo al principio di un’idea e l’istante dopo si comincia a marcire. Appendi la tua calza in attesa, la sospensione temporanea di quel sottile strato che separa la concretezza di un pavimento freddo, dalla concretezza di un piede gelato. La Befana è una figura solitaria, senza elfi, folletti, o animali cornuti a darle una mano. E’ il vero sentimento di altruismo, distingue buoni e cattivi ma non fa mancare a nessuno un dono. Con la scopa di saggina fa il suo sporco lavoro di ripulirci l’animo dal turbine di canzoncine tintinnanti, dai sentimenti perbenisti di facciata, e dentro il sacco mette dolcezza e carbone, perché oltre le apparenze della faccia rugosa accarezzata troppe volte dalla vita, oltre le sue scapole sporgenti e scomode, si trascina un nero fagotto di ogni torsione umana. Con lo sguardo pieno di fascino graffiante ti dice: “hey bimbo, apri gli occhi… la festa è finita, l’ultimo bacio spetta a me”.