S(h)elf control

Esco da un week end col ponte di tutto rispetto, faticoso ma pieno ed entusiasmante. Tanta polvere, tanta fatica: così è girare per i mercatini dell’usato, soprattutto quando si parla di libri. Già… libri. E mentre la mia fantasia se ne sta in mutande (ottima immagine fornita nell’ultima discussione da zietta Tasti) ad aspettare l’occasione di rimettersi in attività, il mio piccolo sederino irrequieto non se n’è stato troppo a riposo. No anzi, si è messo in marcia in cerca d’ispirazione, di una fonte vitale, di vecchie novità. Così finisce al Salone del Libro Usato di Milano.

Qui bisognerebbe aprire una parentesi di carta ingiallita, copertine sbiadite e quintali di titoli, autori, generi, e… vabbé, inutile tediare di aggettivi quantitativi o qualitativi, un’occasione preziosa per un fanatico della lettura come il sottoscritto. Poi c’è la crisi, inutile soffermarsi su questo punto, direi che è all’ordine del giorno, e la questione dei remainders introvabili, i fuori-catalogo, i vecchi irrinunciabili, irristampabili. Libero scambio: una carrettata di libri, per una manciata di quattrini; sono contento.

Eppure… eppure alle volte mi sento italiano fin dentro al più dentro del midollo, nel DNA e oltre, quando nonostante tutto mi sento incontentabile. Quando anche dopo aver racimolato pietre miliari come la raccolta de “Il mondo di Nehwon” del prestigioso Fritz Leiber, o “La guerra degli dèi” di Poul Anderson, o l’edizione Piccola Biblioteca Adelphi de “L’epopea di Gilgameš” a prezzo ridottissimo (della stessa edizione purtroppo non sono riuscito a trovare la “Lolita” di Nabokov). Ebbene, nonostante questo quando il troppo non è mai troppo, sento che mi piange il cuore a non aver potuto, per questioni strettamente economiche, portare a casa anche una prima edizione in tre volumi del “The History of Indian Literature”. E’ triste ammetterlo, riuscire a dire di “no” e mantenere l’autocontrollo quando lungo il tratto cervicale scorrono intense scariche di adrenalina e si sentono rizzare i peli del collo, per via dell’enorme campo elettrostatico suscitato da messaggi neurali impazziti, non è affatto facile. Nossignori, non è affatto facile. Qui mi sa che ci vuole una nuova libreria sulla lista dei regali per il prossimo Natale.

Tre cuori e Tre leoni: c’è sempre del trambusto in Danimarca

Coincidenze. La parte simpatica delle coincidenze è che sanno meravigliare, limando via un po’ del senso di scetticismo nel vivere quotidiano, portando sulle labbra e nella mente un sorriso di compiacimento. E così è accaduto nel leggere il mio ultimo librobus: Tre cuori e tre leoni, di Poul Anderson.

Coincidenze, quali coincidenze? E’ presto detto. Il protagonista di questo romanzo, Holger Carlsen, è un ingegnere danase nato, ma guarda tu, in Danimarca. A Elsinore per la precisione. Vi ricorda niente di recente da queste parti?! :D ebbene si, lettura capitata per caso proprio a seguito del dramma shakespeariano.

Recuperare un libro come Tre cuori e tre leoni non è cosa da poco, di ristampe non se ne vedono, perciò solo grazie alle bancarelle dell’usato e alle occasioni come Portici di Carta è possibile godere di buoni romanzi come questo.

No, a differenza dell’Amleto non è una di quelle opere per cui se non l’avete mai letta bisognerebbe rimediare a tutti costi, e per cui se l’avete letta potreste non dormirci la notte per l’arrovellamento cerebrale pur di schiuderne i più reconditi segreti. No. Il romanzo in questione è scorrevole, diretto, fantasioso e può trasportarvi istantaneamente in uno scenario fiabesco, sparandovi dritti in testa! Si, perché è questo che accade a Holger Carlsen durante uno scontro a fuoco con i nazisti, e per uno strano scherzo del destino si risveglia nudo e crudo trasportato in un mondo dove la magia esiste, il mondo di Faerie bacia la nostra realtà più di una volta e la Fata Morgana porta il suo sensuale fascino ingannevole nelle spire di un intreccio dal sapore cavalleresco.

Avere a che fare con gli scritti di Poul Anderson è sempre un piacere, un intrattenimento a cui è difficile rinunciare quando si chiude l’ultima pagina. Anche in questo caso la narrazione è pregna di una confidenza con le figure classiche della mitologia nordica, un’elasticità a cui molti autori di fantasy contemporanei dovrebbero guardare prima di darsi titoli o gettarsi a capofitto in qualche genere di scopiazzatura tolkieniana. La qualità di Poul Anderson sta proprio nel riuscire a ricreare un’atmosfera piena di incantevole epica con la fresca leggerezza della narrazione in chiave moderna. Un vero toccasana per purificarsi dalla tanta spazzatura in continua uscita sugli scaffali delle librerie, e per un libro con ancora il prezzo in lire sulla copertina direi che può ancora permettersi di dare uno schiaffo di classe e uno di sfida a qualsiasi romanzetto fantasy dei giorni nostri.

Essi ronzano

Aggiornamento librobus! Lo so, chi guarda con occhio critico a questo blog può stabilire due cose: 1)  quando non so bene di cosa parlare tiro in ballo l’argomento librobus; 2) quando parlo di librobus non sono vere e proprie recensioni canoniche… anzi, non sono vere e proprie recensioni, appartengono a quella sfera fumosa dell’opinione personale senz’alcuna pretesa, né preparazione critica adeguata. Ma c’è un detto (o se non c’è lo sto inventando io or ora) che dice qualcosa del tipo: “se la qualità non è abbastanza cerca di colmare con l’abbondanza”. E infatti… e infatti ho ben tre proiettili in canna, e un quarto da far partire ma di buone speranze.

Comincio con Stregoneria, libro incantevole del buon Terry Pratchett, anche se a mio avviso di portata ridotta rispetto ad altri della serie di Discworld (o Mondo Disco all’italiota), da cui è preso anche il titolo di questo post. Il caro volumetto tascabile dalle pagine ingiallite, ormai si può dire quasi pergamenate, se ne stava a soffriggere nell’attesa di venir letto da ben otto anni… tiepida ironia nel pensare che la trama parla dell’ottavo figlio di un ottavo figlio, un mago naturale sul Mondo Disco, il quale a sua volta ebbe sette figli… più uno… ovvero uno stregone, un mago al quadrato, una fonte di magia… e quindi, per molti versi, una grandissima fonte di guai per Scuotivento & co. Una storia divertente, ironica e piaceveole, ma non senza qualche azzoppatura, del resto otto anni di attesa per portare avanti la lettura di questo romanzo un motivo l’avevano, ma sorvolando sugli intoppi, forse dovuti anche alla traduzione conoscendo le difficoltà di localizzazione per quest’autore, si lascia leggere che è un piacere.

Superate le bislacche avventure dense di magia ed effetti speciali luccicosi, sono passato al più crudo e punkettaro La morte di Bunny Munro, dell’altrettando crudo, e recentemente riscoperto punkettaro, Nick Cave scrittore. Ora, fate un esperimento, provate ad andare in libreria a vedere la copertina di questo libro, guardate l’immagine del coniglio di peluches bianco che vi fissa con lo sguardo assente, e immaginate di andare in giro in autobus, alle prime luci della mattina, leggendo un libro che parla di un commerciante porta a porta ossessionato dalla voglia di possedere qualunque esemplare del genere femminile… immaginate che questo mostro d’uomo, di personaggio, sia responsabile del suicidio di sua moglie, ormai depressa a causa dei continui tradimenti, e un bambino di 9 anni a cui non è capace di badare nemmeno nei suoi bisogni più elementari alle volte. Bevuto d’un fiato, letto in meno di una settimana (un record per i miei tempi di lettura pachidermici), è stato l’equivalente di una bottiglia vodka scolata giorno dopo giorno per sbronzarsi e risbronzarsi dentro a un turbine delirante di parole uscite dal rigurgito di un rocker maledetto brillante, sì, ma senza accecare. Il finale, già preannunciato dal titolo, è un po’ da buttare e rende forse il peggio del libro peraltro scombussolante.

Infine! Pulizia totale. Lettura, anche questa volta, fatta in circa una decina di giorni, si tratta de Il profeta di Kahlil Gibran. Nulla a che vedere con la narrativa, un saggio votato più alle articolature e alle declinazioni poetiche piuttosto che all’illuminazione spirituale… più mistico e artistico che di vero pensiero. Piacevole, ma non trascinante.

E ora?! Una piccola variante, la lettura di un libro ricevuto in prestito questa volta. Qualcosa di promettente, si tratta de L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafòn. Un libro che parla di libri… stuzzicante. Il formato non è tascabile come mio solito, ma per questo librobus farò un’eccezione sta volta. Ne varrà la pena?! Lo sapremo la prossima puntata… ;)

La coperta di Linus

Pranzo di oggi: kebab. Cosa me ne frega? vi starete domandando. Nulla suppongo, ma per fare un paragone vi dico che lo sto digerendo meglio del mio attuale librobus. Sull’idea nata già nel promemoria di settembre, sto terminando con gran fatica la lettura de La Vendetta del Lupo di Joe Dever e John Grant. Si tratta del secondo volume delle Leggende di Lupo Solitario, una raccolta di romanzi fantasy scritti in seguito al grande successo ottenuto da una collana, nata negli anni ’80, di libro-game. La serie, di per sé, non è malaccio e fa parte di quei capisaldi con cui uno, il sottoscritto, cresce e si appassiona di conseguenza alla lettura. Ora, per merito o causa di libri come quelli di Lupo Solitario, ho sviluppato nel tempo il complesso della “coperta di Linus”, in cui non posso andare in giro senza portarmi dietro qualcosa da leggere, fosse anche lo scontrino o un volantino pubblicitario, perché mi sentirei come nudo senza. Fatta tutta questa digressione soporifera, ci sono un paio  cose di cui voglio rendervi partecipi e che mi frullano in testa.

Ci sono tre motivi per cui questo librobus viene masticato a forza. Per prima cosa c’è il fattore tempo; infatti ne avevo già sospeso la lettura, iniziata a fine febbraio, da diversi mesi e questo stacco temporale sta rendendo ostico ricollegarsi con tutti i vari punti della trama. Secondo c’è il fattore coinvolgimento; siccome raccoglie, come il primo volume, ben tre romanzi della vecchia serie che sono rispettivamente: La Caccia del Lupo, Una Lama nell’Oscurità e Sacrificio a Ruanon, arrivato a ottanta pagine dalla fine del sesto libro in pratica, comincia a sentirsi il sapore di “rifrittura” e a essere un po’ indigesto (il kebab può cantar vittoria, per una volta è arrivato secondo!). Come terzo e ultimo punto c’è proprio il fattore volumone; con i suoi tre libri accorpati e le sue seicento pagine circa di narrazione, non sempre molto vivace e scorrevole, non è certo un peso piuma da scorrazzarsi sugli autobus, in metropolitana e in giro per mezza Torino, anche se, a così poche pagine dalla fine, non voglio rinunciare a chiuderlo definitivamente una volta per tutte.

La cipolla kebabbica ora giace oziosa nello stomaco, i suoi effluvi malefici salgono muovendosi verso la mia zona neurale centrale, fermandosi spesso per chiedere indicazioni agli altri organi visto che non è facile trovarla in casa dopotutto. Dicevo, mentre accade tutto ciò e ricollegandomi al discorso precedente, mi sovviene un pensiero malsano: e se passassi a un lettore di ebook? L’idea di abbandonare parzialmente il formato cartaceo in realtà mi bazzica nella scatola cranica già da tempo ormai, con un principale richiamino fatto a maggio durante la Fiera del Libro e un deciso interessamento recente. Problema: la diffusione in Italia di questo strumento è ancora molto limitata; ne segue dunque costi elevati, materiale in lingua scarsamente reperibile e standard di formato ancora in via di definizione. Bisogna anche considerare, e non sottovalutare, il fattore d’ignoranza personale sulle particolarità tecniche riguardo questa nuova forma di lettura; senza contare che a me piace molto il contatto fisico con la carta dei libri, forse proprio a causa della questione “coperta di Linus”, ma in questa maniera avrei a portata diversi volumi da alternare come librobus e risolverei un po’ di questioni riguardo alle letture in parallelo. Pertanto: che fare? Non lo so, al momento posso solo digerire il kebab e aspettare Babbo Natale, sperando possa cadergli accidentalmente un ebook reader dal grosso sacco dei doni dritto dritto sul mio cuscino… :D

Il momento dei libri

Il fine settimana terribile, che ha strizzato via tutte l’energie tra casa e ospedale, si è concluso stamane insieme all’ultimo librobus (neologismo per qualunque libro carbura il mio cervello nel tragitto casa-lavoro, andata e ritorno) che stavo leggendo: Le spade di Lankhmar. Un romanzo avvincente, spensierato e, senza alcun dubbio, di ottima qualità narrativa, basta visitare il link segnato su aNobii per rendersi conto delle votazioni tutte da tre o quattro stelle (su un massimo di quattro). Non c’è che dire, chiunque abbia un minimo di cultura fantasy non può non aver sentito parlar bene di Fritz Leiber o, perlomeno, dei suoi due famosi personaggi Fafhrd (il grosso barbaro venuto dal nord) e Gray Mouser (lo spadaccino dall’astuzia macchiavellica), e se è così c’è un perché.

In tutta onestà, per essere il primo romanzo di Leiber che leggo, non mi aspettavo andasse molto diversamente, da come ne avevo sentito parlare e, soprattutto, conoscendo la profonda influenza di questo autore su un altro grande scrittore fantasy, preferito tra i miei preferiti, come Terry Pratchett. Caposaldo della Sword & Sorcery, con un tocco di comicità picaresca ben congegnata, lo rendono davvero un romanzo piacevole che consiglio a chiunque voglia un po’ di sano “old style” in cui c’è tutto da imparare.

Ora c’è una piccola disputa per il librobus che prenderà il posto di quest’ultimo tra: Il sentiero dei nidi di ragno (Italo Calvino) e La morte di Bunny Munro (Nick Cave). Il primo, comprato al Mercatino dell’usato, è già stato iniziato da un po’ di tempo in parallello ad altre letture; il secondo, uscito solamente mercoledì e comprato il giorno stesso, ancora intonso ma per cui sto smaniando di leggere da giorni. Dubbio amletico… di certo sembra non esserci posto per un altro fantasy al momento, nonostante ci siano ancora diversi arretrati, perché in ogni caso è sempre giusto rifiatare prima di immergersi ancora nello stesso territorio. A domani la risposta a questo grande quesito…