Prove tecniche di trasloco

Ieri mi sono preso la briga di fare una prima esportazione del contenuto di questo blog. Il motivo è semplice: siamo in dirittura d’arrivo. Lo so, lo so, non è la prima volta che vado a dire di chiudere, sospendere e/o di voler mettere tutto lucchettato a impolverare su qualche armadio. So benissimo che ogni volta lo dico, lo faccio e poi puntualmente ritratto. Questa volta è diverso (anche questa è già stata scritta, ma se continuiamo così non arrivo al punto). Dopo quattro anni e mezzo di imbrattamento del web, con toni sempre più strascicati, mi pare opportuno prendere il toro per le corna e fare un paio di conti.

In primis ci sono i contenuti. O meglio, mancano nuovi sviluppi dei contenuti. E arrivare a dire in un post che non si sa su cosa scrivere post, l’ho sempre considerato una linea di confine. Un equivalente del lampeggiante rosso con sirena dei film con sottomarini, siluri, gente che corre da tutte le parti in claustrofobici corridoi metallici e il genere di situazioni in cui si riesce a intuire meglio quanto sia difficile arrivare alle pensione certe volte. Ed è proprio al mandarmi in pensione (blogicamente parlando) la cosa a cui penso.

Ogni volta in cui mi ficcavo in questa situazione rispolveravo il concept del blog, delineando un nuovo contenitore per dei nuovi contenuti o dei vecchi contenuti con una veste diversa.

In apertura con ”Eat me & Drink me” c’era alla base un desiderio di volersi condividere, di lanciarsi a capofitto e trovare una catarsi nello smembramento di un’interiorità ai tempi già troppo invadente. Poi, dopo un lungo periodo di assenza, è il turno di “Strada di parole” a farsi spazio; un contesto più vicino al formato di un diario, una specie di versione letterale della pista di sassolini lasciata da pollicino, composta in parti eguali da momenti di ascesa, declino e di realtà densa, diretta. Anche qui man mano arriva un momento di stanca. Allora nasce  ”Rattoppathos” quasi per gioco, dove riallacciare i pezzi stracciati, forse gli stessi del miasma dicotomico causato da “Eat me & Drink me” ma in direzione opposta, e arricchiti quanto possibile anche da toppe nuove, parti inconsuete marcate da entità viscerali ed emotive. Rileggendo le mie stesse parole è facile intravedere che la sommarietà di questo paragrafo, di queste interpretazioni, non renderà in pieno un riscontro diretto nei post dei vari passaggi; il timbro principale del mio scrivere è sempre stato molto legate al momento e ai bisogni stessi del momento, anche se la forma in cui perviene può rivelare differenti connotati e sicuramente non sono sempre così facilmente associabili alle intenzioni.

Ed ecco arrivare il momento delle api di “Curry Bee”. Quando l’idea del titolo pungente dice di non voler avere più niente a che fare con le impostazioni strettamente personali dei suoi predecessori e invece cosa fa… ricade dentro la stessa falla dalla quale era intento a starne lontano. Irresistibilmente attratto dalle intense fragranze dei fiori del male, dirige la sua natura ronzante a succhiarne polline sino allo sfinimento. E avvizzisce.

Ma questo è solo un preludio di chiusura…

“Qui l’anima s’immerge in un bagno di pigrizia, aromatizzato dal rimpianto e dal desiderio. – Qualcosa di crepuscolare, di bluastro e di rossastro; un sogno di voluttà nel corso di un’eclisse.”
da “La camera doppia” [Lo spleen di Parigi - Charles Baudelaire]

Amleto: first blood

Se nel leggere il titolo insolito, quanto bizzarro, in bella mostra qui in alto, messo a fare da berretto a questa non-recensione, vi siete sconsolatamente detti “oh no, un’altra manfrina di un classico in rivisitazione vampiresca stile Twilight”… beh, siate certi di aver pensato male, molto male. La mia è solo premura, nei confronti di chiunque arrivi a leggere fin qui, per caso o per scelta, di avvisare che quanto segue è un’opinione a caldo su uno dei più grandi, noti, abusati, capisaldi del teatro internazionale: Amleto. Il mio ultimo librobus.

Per quanti come me, fino a poco più di una settimana fa, non hanno mai letto nulla di William Shakespeare, né di teatro inglese, o di teatro in genere, né tanto meno hanno mai assistito a una recita del dramma di Amleto, il malinconico Principe di Danimarca, sappiate fin d’ora che si tratta di una lettura avvincente, complessa e geniale. Usando un termine di paragone forse poco consono, della quale mi scuso in anticipo specificando di non voler recare offesa alcuna, per dare un giudizio semplice e diretto su questa mia esperienza di lettura, posso dire che è come il cubo di Rubik: sofisticato, intrigante, enigmatico eppure, tuttavia, ne ho potuto completare appena una faccia soltanto, senza poter apprezzare l’opera per intero in tutte le sue sfumature, ma percependone tuttavia allo stesso tempo la genialità intrinseca e una naturale indisposizione personale a diventarne un fan sfegatato.

Bisogna ammettere che proprio dalla mancanza di un background culturale adeguato nasce il senso di distacco, quella vertigine data dal leggere un passaggio sentendo mancare sotto un qualunque appoggio su cui far scorrere la comprensione, restando come sospesi a mezz’aria nel vuoto, gustando lo svolgersi della trama a intermittenza. Una cosa per cui si potrebbe anche decidere di chiudere il volume, cacciarlo da una parte sbuffando e lasciarlo lì nell’angolino a impolverarsi definitivamente. Solo e sperso nei suoi dubbi. Eppure… eppure l’ho tirata avanti, parola dopo parola, coinvolto a metà tra il portare fino in fondo una promessa e l’incalzante avvicendarsi della trama, sempre più affascinante.

E mentre una scintilla remota, dapprima inconscia, comincia ad approdare a una spiaggia nuova dell’immaginazione, ecco farsi evidente il motivo del sentire una massiccia qualità di fondo. Da che mondo e mondo ho sempre giudicato un’opera geniale nel momento in cui, per struttura, si lascia assaporare sotto significati molteplici e altrettante forme d’interpretazione. Nel porsi di fronte a quest’opera magistrale è possibile ritrovare un quantitativo pressoché illimitato di doppi sensi, frasi ambigue, virtuosità letterarie e vezzi poetici densi di significati escatologici, sovente sconnessi fra loro ma in apparenza, vuoi per un trucco invisibile o per maestria del compositore, mai così distanti da risultare del tutto inaccessibili a un’unica interpretazione.

Ed è qui che la mente di chi si avvicina a voler comprendere l’Amleto si dimena in ogni maniera per trovarvi un senso, adattandolo alla propria natura e rispecchiandosi in sé stessa, formando un gioco col lettore di superba bellezza e qualità, pari allo stesso cubo di Rubik, in cui le facce colorate possono venir mescolare e rimescolarne in continuazione, trovandone migliaia di combinazioni ma arrivando ad ottenere al più soltanto una faccia alla volta. Nonostante la possibilità di ottenere una soluzione unica e completa si possa sempre sentire silente nell’ombra, fin dentro alle ossa.

Non so come meglio concludere e descrivere questa prima impressione, su cui non è da escludere un ripensamento totale in futuro, ma leggete l’Amleto. Rileggetelo. Rivoltatelo come un calzino, rimescolatene le facce e barate se necessario per giungere a una conclusione, però non demordete e arrivate fino in fondo. Per quanto vi costi lo sforzo, so quel che dico. Vale la pena intingere per un minuto il dito del pensiero nel vasetto della genialità. Garantito!

Painting Dicember: ovvero quattro domande di (in)utilità comune

Domanda: cosa accomuna Katsushika Hokusai e Maurits C. Escher? Non state a spremervi le meningi, la risposta è semplice: me; così come tutti quelli in grado di vedere le opere di questi due artisti, seppur si trovino separati da oltre un secolo di differenza e migliaia di chilometri di distanza.

Altra domanda: cosa c’entro con loro? Risposta meno facile: un paio di giorni fa ho girato il mio calendario di stampe giapponesi mettendolo sul mese di Dicembre, dove capeggia La Grande Onda di Hokusai, e nella stessa mattinata ho aggiornato anche lo sfondo del desktop con l’immagine della Casa di Scale di Escher.

Terza domanda: che senso hanno queste domande? Risposta complicata: mostrare quanta simpatica casualità ci possa essere in due dipinti così differenti ma, nel contempo, entrambe inerenti alla sensazione di piccolezza nei confronti di capovolgimenti imprevisti e paradossali, dovuti alla mancanza di riferimenti su cosa sia sopra o sotto, giusto o sbagliato, ordinato o caotico.

Ultima domanda: ma chi me l’ha fatto fare di star qui ad annoiarvi con domande, riflessioni e tutta sta manfrina noiosa sui cavolacci miei? Risposta: bruti inioranti pathentati, dovrebbimo uzarre di + tuta cuella materria griggia x nn finnire ammale. :mrgreen:

Haiku scritto da Hokusai sul letto di morte:
Hitodama de,
yuku kisanji ya,
natsu no hara

(traduzione: anche se come un fantasma, me ne andrò per diletto per i prati estivi)