Non proprio un ritorno ma… ancora qualcosa da dire.

Finché si può è giusto, nella misura in cui si resta onesti con sé stessi, tornare sui propri passi. A quattro mesi da oggi ho chiuso questo blog, ma non del tutto a quanto pare…

Una parte di me è qui dentro, lo è sempre stata, anche se a volte non l’ho riconosciuta. E nel secondo tentativo di chiuderlo forzandomi al distacco, cercando di trattarlo come ne fossi esterno, si è rivelata ancora una volta sbagliato. Gira che ti rigira, il pentolone riscalda sempre la stessa brodaglia, prima o poi tornano a galla i soliti ingredienti, e non c’è druido che tenga a farlo diventare una pozione magica.

Qualche volta però scivola qualche igrediente inatteso, della polvere di fata o magari ali di pipistrello, ora non ricordo, e nasce per l’ennesima volta di buttare fuori qualcosa, nel solo modo che conosco… scrivendo. Allora lascio andare il mestolo nella marmitta, raccolgo su, bevo e aspetto di vedere cosa succede. Proprio come in questo caso, perciò vi passo il mestolo e faccio assaggiare anche voi questa mia composizione: Dove volano gli angeli.

Buona lettura, e buon commento se volete. ;-)

Il tempo per le mele: ass-saggio contemporaneo

C’era una volta, all’alba dei tempi, una coppia d’innamorati felici e contenti ma sotto sorveglianza, le cui uniche occupazioni giornaliere erano mangiare e girovagare nudi tutto il tempo. Adamo ed Eva, ignari ancora di essere i responsabili dell’infelicità umana e il prototipo di ogni reality, si lasciarono ammaliare dal serpente più carogna del Paradiso Terrestre e infransero l’unica regola a loro impartita cogliendo il frutto proibito: la mela. Dopo questo sgarro i due giovani vennero buttati fuori e condannati a cercarsi un lavoro precario e a soffrire una vita di patimenti, ma a causa dell’alta vegetazione nel Paradiso Terrestre non si hanno ulteriori prove di qualcuno che gli abbia anche urlato dietro: bamboccioni! Di qui in poi, lo sappiamo, il genere umano crebbe infelice, soprattutto nei rapporti di coppia, ma anche le mele da quel giorno non se la passarono bene…

C’era una volta, nell’antichità, una popolazione di personaggi originali, talmente originali da venir chiamati oggi gli “Antichi”, poiché erano i primi potevano quindi permetterselo. Gli Antichi avevano delle simpatiche abitudini in fatto di rapporti d’amore… alcune riprese anche di recente o, forse, mai del tutto abbandonate. Tra le più in voga vi era l’abitudine di dichiararsi alla persona desiderata tirandogli una mela. Alcuni studiosi ritengono abbia dato origine a espressioni come “me-la dai”, per invitare all’atto amoroso, e “commozione cerebrale” o “segno d’affetto” per le conseguenze di quest’invito. Resta dubbia l’origine del rito, ma si può risalire a un primo tentativo fatto da Platone, fallito a causa della scarsa aerodinamicità ottenuta dalla sola mezza mela. Altri suppongono fosse conseguenza degli elevati prezzi dell’epoca per i fiori o alle lunghe e noiose poesie epiche. Col tempo questo giocoso rituale di corteggiamento si è comunque trasformato, dando vita a espressioni più caratteristiche e personalizzate: dal lancio delle stoviglie a quello delle statuine di monumenti. Un atto così diffuso da influenzare, forse inconsapevolmente, anche i titoli della più recente cinematografia romantica, come la serie degli “Scusa ma…” dove, in caso di eccessivo coinvolgimento, ci si tutela già dal possibile lancio di qualcosa da parte degli spettatori. Anche questo, come vediamo, ebbe un impatto drastico sulla storia dell’umanità, delle relazioni e della vitaccia delle mele…

C’era una volta, avvolto nelle nebbie del mito, un sontuoso banchetto preparato per una ristretta cerchia di ospiti d’eccezione e vip, i quali, dopo aver mangiato e bevuto in abbondanza, stavano aspettando l’arrivo del sorbetto (miniatura di Hercules usata come digestivo), quando comparve una mela con la scritta “alla più bella”. Tra lo stupore e i mormorii, tutte cominciarono a proporsi offrendo ogni sorta di favori al giudice della contesa, che assegnò infine il pomo a una pulzella dalle origini di Troia. In ogni leggenda c’è un fondo di verità, e da questo episodio si possono far risalire termini moderni di: “utilizzatore finale” ed “escort”. Notare le somiglianze tra miti lontani anche migliaia di secoli e chilometri, dove il nesso potere=da-mela (o “puoi darmela”) avviene, per esempio, anche nel caso di Re Artù che per status sociale venne sepolto ad Avalon, leggendaria isola il cui nome può significare al tempo stesso: “isola delle mele” o “regno delle fate”, pare ovvia dunque ogni ulteriore deduzione e a proposito di fate e favole…

C’era una volta, tanto tanto tanto tempo fa, un mondo fatato in cui un cacciatore su ordine della Regina, dotata di specchio magico a cristalli liquidi in sedici nani… ehm pardon… noni, era stato incaricato di uccidere Biancaneve. Costui, uomo di polso e dotato di un certo senso pratico, la portò oltre il confine in mezzo alla foresta, ma dopo ore di moine strazianti e implorazioni da parte della bella decise farsi passare il mal di testa con l’antico rimedio del brodo di ornitorinco corretto vodka, e la mollò sue due piedi confidando nella selezione naturale. Biancaneve, gnokka paurosa in terra straniera, si mise sulla strada e a un suo solo fischio attirò a sé più uccelli di quanti ne sapesse contare, e che accettarono la sua amicizia senza nemmeno dover passare da facebook. Grazie ai suoi nuovi amici venne condotta verso un bellissimo cottage isolato con piscina, dove eran soliti trovarsi un gruppo di nani minatori per organizzare festini privati durante il fine settimana, e all’arrivo di Biancaneve esclamarono: “bene, avevamo giusto bisogno di far fuori un po’ di polvere!” Tutto procedeva bene, ma un giorno la Regina venne a sapere di Biancaneve e del fallimento del cacciatore, così decise di travestirsi da vecchia e di portarle delle mele avvelenate. Al primo morso la giovane sprovveduta cadde in un sonno profondo tale da sembrar morta, così i nani decisero di metterla al sicuro: una teca di cristallo sopra un carrellino sulla cima della collina in mezzo alla foresta. A questo punto il principe, noto atleta italiano detto anche “Azzurro”, giunse correndo sin dove si trovava la bella Biancaneve e, scambiandola per una fontanella dall’aspetto originale, senza perdere il ritmo della corsa aprì la teca e si chinò per baciarla. Al risveglio dal suo sonno magico il principe decise di portare la bellissima fanciulla al castello, così se la caricò in spalla alzandole la gonna (a quei tempi, come ad oggi, non si era mai abbastanza sicuri) e Biancaneve esclamò: “uei!” Ora, per strane derivazioni linguistiche a noi sconosciute, si usa spesso dire per qualcosa pronto da consumare e portare via “teca-uei”. Ma questa non fu la sola conseguenza infelice per le mele dell’uso spropositato in favole e leggende, anche la storia ha qualche aneddoto seppur con qualche sfumatura…

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, un altro cacciatore di nome Guglielmo che aveva un figlioletto molto paziente, non nel senso di ammalato ma di grandi capacità sopportazione. A quei tempi la Svizzera non era ancora luogo di banche, orologi, formaggio e cioccolato ma c’era movimento nell’aria. Un giorno Guglielmo, durante una battuta di caccia andata un poco male, colto dalla fame trovò un nocciolo, e dopo averne colto una manciata di frutti per sfamarsi trovò una mucca a cui prese un po’ di latte per dissetarsi. Sazio di questo pasto abbondante se ne tornò a casa fischiettando soprapensiero, domandandosi se “NoTell” potesse essere un nome adeguato per la ricetta della crema di latte e nocciole che aveva in mente, quando passando per la piazza del paese si dimenticò di salutare il cappello appeso dell’autorità imperiale. Forse proprio in quella occasione venne coniato il detto “il paese è piccolo e la gente mormora” perché in meno di un respiro tutti vennero a sapere di cosa aveva fatto, e ancora ai giorni nostri quando qualcuno commette una grossa sciocchezza gli si domanda “ti manca una roTell?” Infatti, a quei tempi, a non salutare il cappello dell’autorità imperiale si finiva in carcere o morti. Ma per Guglielmo le cose andarono diversamente, poiché il balivo Gessler in quanto rappresentante dell’autorità decise di imporre allo sventurato cacciatore una prova in cambio della sua vita: avrebbe dovuto centrare la mela sulla testa del figlioletto con un colpo di balestra. Ora, fortuna vuole che il figlioletto di Guglielmo fosse molto, mooolto paziente e accettò di sottoporsi alla prova. Il padre, mentre vagava ancora coi pensieri indeciso se ritirarsi e aprire una locanda chiamata “moTell” o “hoTell”, scoccò il dardo di soprassalto centrando il frutto sulla testa del figliolo che molto, moooltooo pazientemente porse in mano al padre il pomo fiocinato e diligentemente svenne dal terrore…

C’era una volta, tanto tempo fa, un giovane screanzato di nome Isaac seduto sotto un albero nel giardino di casa propria, quando all’improvviso una mela gli cadde dritta in testa. Tra il momento successivo all’impatto e la formulazione della teoria gravitazionale, Newton ebbe una serie di pensieri turbinanti all’interno della sua scatola cranica intontita, confezionabili in un flusso di coscienza simile a: “porc… maledetta mela non melaspettavo che male potevi startene in una cassetta come le altre invece di ohi! ohi! vedo le stelle invece di cadermi in testa ti darei un calcio per spedirti sulla Luna e di rimbalzo farti arrivare su Marte”. Se ai tempi ci fosse stato un giornalista del taglio di Vespa, si sarebbero ritrovati in mezzo al puntatone speciale di sei ore con tanto di modellino in scala del cortiletto di casa Newton, mela incriminata e intervista alla madre lacrimante del giovane che dichiarava “non ho più il fisico per certe cose da quando Isaac se n’è andato via”. Con una certa curiosità ancora oggi alcuni si domandano chi sia mai stato a dire che le mele facciano bene al fisico, mentre molti sanno invece perché vada re-interpretata meglio la frase “una mela al giorno toglie il medico di torno”…

Almeno, noi è così che conosciamo all’incirca la storia, ma le mele… rubate, tirate, avvelenate, fiocinate, spaccate, cotte, pelate… le mele, per tutte queste e molte altre vicende, un giorno chiameranno a gran voce nella storia: vendetta!!

De Ars Cacciatoria

Visto il perido in cui mi trovo quotidianamente a vivere, detto in latino di fecis abbundantis o di stercus natatorium, ho deciso, ispirato dalla sempre più eclettica miss Godot, di comporre quest’articolo creativo o, se vi pare, trattato dai contenuti trattabili, per scacciare con simpatia i demoni dell’amarezza quotidiana, miei o altrui che siano. Vado dunque a presentare il:

DE ARS CACCIATORIA
ovvero: come t’acchiappo il terrestre!
un scritto per tutti e per nessuno… o quantomeno per Marziani e Venusiane

Introduzione

Sin dalle origini, le forme organiche conosciute basate sul carbonio si danno la caccia… hmmm, forse la sto prendendo un po’ troppo alla lontana, ricominciamo… Tutte le specie hanno in comune due cose: nutrirsi e riprodursi (da qualche parte l’avevo già detto); queste attività hanno a loro volta in comune l’approccio cacciatorio… no, non va ancora bene, proviamo così… La caccia è di somma importanza per l’essere umano… fa molto Sun Tzu, ma per ora va bene…

Dunque, la caccia è di somma importanza per l’essere umano, ma come affrontare con metodo la questione che arrovella menti, palati e ormoni da migliaia di anni? E poi, soprattutto, come rispondere alla domanda: meglio essere preda o cacciatore? Riguardo a questa seconda domanda rispondetevi subito: cacciatori! Poiché questo è il De Ars Cacciatoria, mica il De Ars Predatus! Mi accingo dunque all’esporre in pochi semplici passaggi come poter aumentare drasticamente le proprie potenzialità di catturar selvaggina. Per quanto riguarda la seconda parte del “cotto-e-mangiato” rimando il discorso ad altra sede. Andiamo a considerare dunque i cinque aspetti fondamentali, cosi come li suggerisce il buon Sunzi, della caccia che sono: il Tao, il clima e il terreno (due li abbiamo levati per via della crisi).

Il Tao

La prima considerazione riguardo l’Ars Cacciatoria è sapere che il mondo umano si compone di parti opposte e duali: maschietti e femminucce, alti e bassi, larghi e stretti, cacciatori e prede, Berlusconi e giustizia, ecc… Saltando dunque i casi fuorvianti di api e fiori, cicogne migratorie, cavoli amari e arcangeli annunciatori in camice bianco, sappiate dunque scegliere bene quale preda volete cacciare (nel senso di acchiappare e non di mandare via… ecco, anche qui ambivalenza).

Ebbene dunque, siccome non siamo qui per affidarci al caso, poiché potrebbe diventare un caso amaro (toglietevi il sorrisetto, ho scritto caso con la “s”, ndr), una volta fatta la scelta la prima parte da approntare sarà: conoscere la vostra preda. No, tornate indietro non adate a presentarvi adesso, intendevo conoscerla sapendo quali allettanti caratteristiche debba avere per Taoizzarvi (belli i neologismi, ndr) tutti gli ormoni a 360 gradi (anche se certi preferiscono farlo 90 alla volta, ndr).

Sun Tzu, dopo una notte passata bevendo vino di riso, disse: conosci il nemico come conosci te stesso. Se farai così, anche in mezzo a cento battaglie non ti troverai mai in pericolo. Se non conosci il nemico, ma conosci soltanto te stesso o viceversa, chiedi l’aiuto del 50 e 50. Se non sai proprio una ceppa di niente e di nessuno, usa la telefonata a casa. Altrimenti accenditi e basta!

Insomma, nel dubbio meglio una notte passata a bere vino di riso!

Il clima

Bene giovani padawan, superata la fase Tao bisogna tenere in considerazione i fattori del clima. E con clima s’intende l’azione complessiva delle forze naturali: il freddo nell’inverno, il caldo nell’estate, la caduta del governo nell’autunno, ecc… Nella caccia, sovente, la principale forza naturale che potrebbe comprometterla è: il terzo incomodo. Dal potenziale avversario cacciatore all’indifferente rompiballe di turno: fate sparire questo terzo incomodo con ogni più subdolo e ingiustificabile mezzo di cui possiate disporre. Gli esempi più eclatanti potrebbero essere: limitarne la sua libertà di parola, mandarlo nel botswana a raccogliere chicchi di riso (con cui potre farete un ottimo vino, ndr), versategli addosso il caffé, e… insomma di esempi ce ne sono.

Ora, sappiate che la vostra preda in base al clima potrebbe essere: letargica o liturgica. Nel primo caso si può agire, sempre seguendo i dettami di opposto e contrario del Tao, incalzandola di parole  che risveglino i suoi sensi ma senza esagerare; esempio: “hai uno scorpione di classe mortale B che cammina sul tuo ginocchio” è male, mentre “perché non vieni da me? Ho giusto preparato un vinello di riso che vorrei assaggiassi” è bene. Nel caso della preda liturgica dovrete fare appello anzitutto alla vostra forza Taogica (belli i neologismi, ndr) uguale e contraria della pazienza, continuando ad annuire e versando piccole o grandi dosi di vino di riso nel suo bicchiere fino ad una moderazione soddisfacente.

Il terreno

Molti cacciatori alle prime armi, ma anche i più esperti, sottovalutano spesso l’aspetto del terreno su cui si svolgerà la caccia. E’ bene che sappiate questo sul territori: se è agevole o arduo, se è ampio o ristretto, se sia stato edificato sopra il letto di un fiume o a prova di terremoto, ecc… Conoscere le caratteristiche del terreno di caccia permetterà ai più ambiziosi di portare la preda in posizione di svantaggio, o vantaggio nel caso si usi la strategia di caccia passiva, inoltre si saprà a quale tipo di prede si può andare incontro.

Passiamo a esempi di natura pratica: se il vostro territorio di caccia è la biblioteca, di rado avrete occasione di vedere passarvi accanto prede tronate come Costantino, o qualche dirompente siliconata in cerca del suo Grande Fratello. Il territorio va quindi attrezzato con una trappola, o un’esca, seguendo caratteristiche duali e contrarie del Tao; perciò se siete forti fingetevi deboli, se intelligenti fingetevi stupidi, se del PdL fingetevi onesti, se avete umorismo o una MasterCard (a fondo illimitato è meglio) va bene a prescindere. Seguendo le caratteristiche del terreno potrete avvicinare prede consone al vostro obiettivo, oppure se almeno è fertile, dedicarvi alla coltivazione del riso e aprire un’attività, che giova comunque sempre alla salute (soprattutto a quella di una eventuale MasterCard) e può quanto meno rilassarvi (soprattutto sottoforma di vino, ndr).

E ora, in conclusione di questo trattato, un brano tratto dall’album dei Grinderman, gruppo del sempre inossidabile, e meglio conservato, rocker maledetto: Nick Cave! Un saluto a tutti voi giovani e meno giovani padawan della caccia.

No Pussy Blues
Grinderman

My face is finished, my body’s gone.
And I can’t help but think standin’ up here in all this applause and gazin’ down at all the young and the beautiful.
With their questioning eyes.
That I must above all things love myself.

I saw a girl in the crowd,
I ran over I shouted out,
I asked if I could take her out,
But she said that she didn’t want to.

I changed the sheets on my bed,
I combed the hairs across my head,
I sucked in my gut and still she said
That she just didn’t want to.

I read her Eliot, read her Yeats,
I tried my best to stay up late,
I fixed the hinges on her gate,
But still she just never wanted to.

I bought her a dozen snow-white doves,
I did her dishes in rubber gloves,
I called her Honeybee, I called her Love,
But she just still didn’t want to. She just never wants to.

I sent her every type of flower,
I played her guitar by the hour,
I patted her revolting little chihuahua,
But still she just didn’t want to.

I wrote a song with a hundred lines,
I picked a bunch of dandelions,
I walked her through the trembling pines,
But she just even then didn’t want to. She just never wants to.

I thought I’d try another attack,
I drank a litre of cognac,
I threw her down upon her back,
But she just lay up and said that she just didn’t want to.

I thought I’d have another go,
I called her my little ho,
I felt like Marcel Marceau
must feel when she said that she just never wanted to. She just didn’t want to.

I got the no pussy blues.

A volte succede

Ieri c’è stato un momento particolare. Un raro momento in cui si sente di dover scrivere in fretta. Prima che le parole sentite volino via come mosche da un’altra parte. Così è uscito “Vento sopra i tetti” di cui trovate il link nelle pagine (Patchworks) di questo blog. Se perdere un minuto a leggere un componimento non vi grava sulle spalle vi invito a farlo (e se potete spenderne anche un altro per commentarlo ben venga ancor di più ;)  ). Buon fine settimana!