Addio amico mio.

Dopo gli anni trascorsi e spesi a pigiare i tasti che hanno portato alla creazione di questo piccolo spazio personale su web ho preso la più amara delle decisioni: chiuderlo!

Aperto con la strana voglia di dire/scrivere qualcosa che potesse valer la pena di essere letto, si è trasformato man mano passando da Eat me & Drink me! a Strada di Parole, poi Rattoppathos e ora chiude con Curry Bee. Nel tempo è diventato un posto di riflessione, risate, confessione, sfoghi, confronto, creatività, e tutto questo lo ha dotato (almeno per me) di una specie di personalità, misto di articoli e commenti: come un amico.

Ora, per molti motivi (di cui alcuni dolorosi e privati), è giunto il tempo di porre fine agli strascichi di questa sofferenza legata alle parole scritte qui, davanti a tutti quelli che, per caso o volontà, hanno avuto il piacere o il dispiacere di finire da queste parti. Un grazie di cuore però glielo devo, per avermi permesso di entrare in contatto con così tante persone vere celate dietro nickname virtuali che hanno avuto la pazienza e il piacere di arricchirmi della loro presenza.

ADDIO AMICO MIO!

Mai abbastanza / Cambiare rotta

Venti-dieci già iniziato da una settimana e sto alle cozze come uno scoglio… di second’ordine. Sento di puzzare più del capitano Nemo e di mastro Geppetto, appena tornato dal soggiorno nella balena, messi insieme, per quanto sono immerso, invischiato fin sopra la testa nel prodotto degli eventi. Eppure… eppure il mare, quello vero, non lo vedo da un anno e mezzo… anche più; e mi manca. Notte insonne. L’insonnia spesso è vigliacca e sleale, colpisce all’inguine come il più infame degli avversari, ti porta a rimuginare e rimuginare e… rimuginare ancora. Su tutto, sulle cose serie come sulle cazzate, nella speranza di stancarsi abbastanza e tornare a dormire. A forza di rigirarsi tra le lenzuola del dormi-veglia si traggono strane conclusioni; tra le tante, due mi son parse degne di buon senso: “mai abbastanza” e “cambiare rotta”. Quante volte mi sarò già detto queste parole?! Mille?! Beh, con questa fanno mille-uno. Tra il dire, o il pensare, e il fare c’è di mezzo sempre qualcosa che va a mettersi di traverso. Ma siamo nel venti-dieci: la vecchiaccia è appena passata lasciando le sue calze, le luci verranno messe da parte, le palle di Natale… verrano ridate a Natale. E’ ora di tirare una riga… non ‘quel genere’ di riga… e di ricominciare con una nuova decina. Basterà par cambiare qualcosa?! No, forse no… ma questo è il tempo di far cadere le ultime foglie morte se si vuole far germogliare qualcosa. Any other problems? Tengo duro/resisto.

Addio MMIX… Benvenuto MMX!

Si, non è difficile dimostrarlo, anche il 2009 sta per esser lasciato a scapito del 2010, al quale tocca l’onore/onere di accoglierci a braccia aperte. Questo a scapito anche del popolare detto: chi lascia la strada vecchia per quella nuova… ma non si ha, dopotutto, molta scelta in questo caso.

Mettendo da parte le solite questioni retoriche su come chiuderà l’anno, o su cosa ci aspetta in quello nuovo, posso soltanto dire di essere, in qualche modo, sopravvissuto fino ad oggi… ma forse non potrà dire lo stesso questo blog. Ci penso su da qualche tempo ma, francamente, vista la scelta già fatta, e rimangiata, in passato sto affrontando la questione con adeguata cautela. Non si tratta più di fare delle pause lunghe o brevi, volute o forzate, nella scrittura per ricarburare e riorganizzare le idee, quest’anno ne ho già fatte parecchie e per i più disparati motivi… no, si tratta di qualcos’altro. Ma cosa?!? Bella domanda.

Per il momento lascio in sospeso la risposta a tutto questo, e ad altro, gettando lo sguardo nel non-più-molto-lontano Anno Prossimo, dove auguro a chi legge queste poche righe di trascorrere momenti felici e potersi alleggerire dal peso di qualche sassolino in più… lasciandoselo dietro lungo la strada, senza scagliarlo da nessuna parte o in faccia a qualcun altro.

I ragionamenti di questo tempo

Nevischia. Per noi, lavoratorti diurni, il mattino ha l’oro in bocca… a volte riflesso nello sbadiglio sguaiato del dirimpettaio sull’autobus; ma non sempre va così. E mentre alcuni carburano tra cappuccino e cornetto, io mi concedo quell’unico spazio di lettura quotidiana: il librobus; ma, anche in questo caso, non sempre va così. Oggi, per esempio, son riuscito a leggerne solo poche righe, distratto da altri pensieri e libere associazioni mentali; con buona fortuna, da parte mia, di poterle fare mantenendo una punteggiatura dignitosa… da far rivoltare lo stesso Joyce nella tomba.

Riordinando l’intreccio spaghettoso, affumicato da sguardi spenti gettati oltre il finestrino appannato, pensavo alle festività imminenti, immerse in due settimane di ferie, di cui la prima è: il Natale. Ripescando, per qualche strana e oscura ragione, dal sistema mnemonico-neurale (ok, dopo essermi banalmente ricordato) la notizia riguardo la definizione dello stile di vita di Babbo Natale “modello diseducativo” per i bambini; facendo un paragone insapettato mi sono domandato: qual’è allora la differenza tra un uomo definito “grasso, alcoolizzato, vestito di rosso, in giro a intrufolarsi nelle case dei poveri, alle 3 di notte il giorno di natale, con un frustino in mano” e una ronda capeggiata da Calderoli? Nessuna… tutti e due sarebbero in compagnia di animali cornuti ma probabilmente il secondo non si vestirebbe di rosso.

Scivolando via dalla satira, ma rimanendo in tema bambini, ripenso a un’altra notizia scovata casualmente. Un gruppo di medici tedeschi ha scoperto che i neonati vagiscono e piangono nella lingua della madre. Ora, anche in merito alla considerazione di prima, mi vien da pensare: alcuni ricercatori stranieri non hanno proprio un cazzo di meglio da fare; per fortuna i ricercatori italiani non hanno tempo per queste cose, i nostri sono troppo impegnati a ri-cercarsi un altro lavoro o a fuggire all’ester… ops!

Come se la strada leggesse nel mio pensiero alla parola lavoro vedo un cartellone pubblicitario. Sulle pagine di un quotidiano, distribuito solo su territorio torinese e milanese, viene proposto un concorso in cui… meraviglia delle meraviglie, il premio finale sono: un lavoro e un anno di spesa gratis! Cazzo sì, questo è davvero l’apice sulla quale poggia la civiltà moderna italiana, la base della ripresa economica studiata e sicura: il concorso a premi. Come non averci pensato prima. Perché scomodare la benché minima meritocrazia. Perché passare anni su stupidi e polverosi libri, o in stupide e fredde aule di facoltà universitarie. Perchè investire sulle nuove tecnologie… tanto c’è: il concorso a premi che ti da un lavoro! Perché specializzarsi quando il bello della vita può farti vincere un concorso e un lavoro a sorpresa. In fondo… cosa sarebbe il Natale senza sorprese?!

Ora concludo per bene con una riflessione, prima di amareggiarvi definitivamente le feste con queste parole. Sembra sempre tutto uguale, sembra sempre tutto immutato, ma in realtà rispetto all’anno scorso qualcosa è cambiato. Nell’annosa questione sulla battaglia per capire se lo zampone sia di destra e il cotechino di sinistra (l’unica sicurezza sono le lenticchie, al centro, e i loro effetti lassativi) mi sono premunito, e ho risolto per tempo la questione: perché domandarselo, tanto sono entrambe disponibili sotto marchio Fini… e verranno fatti fuori nell’anno nuovo.

in ogni caso poi la gente… sai che cosa vuole!?!
in fondo…. vuole “Natale con la neve”!
LauraVasco Rossi

Tante buone feste a tutti quanti!! :mrgreen:

Painting Dicember: ovvero quattro domande di (in)utilità comune

Domanda: cosa accomuna Katsushika Hokusai e Maurits C. Escher? Non state a spremervi le meningi, la risposta è semplice: me; così come tutti quelli in grado di vedere le opere di questi due artisti, seppur si trovino separati da oltre un secolo di differenza e migliaia di chilometri di distanza.

Altra domanda: cosa c’entro con loro? Risposta meno facile: un paio di giorni fa ho girato il mio calendario di stampe giapponesi mettendolo sul mese di Dicembre, dove capeggia La Grande Onda di Hokusai, e nella stessa mattinata ho aggiornato anche lo sfondo del desktop con l’immagine della Casa di Scale di Escher.

Terza domanda: che senso hanno queste domande? Risposta complicata: mostrare quanta simpatica casualità ci possa essere in due dipinti così differenti ma, nel contempo, entrambe inerenti alla sensazione di piccolezza nei confronti di capovolgimenti imprevisti e paradossali, dovuti alla mancanza di riferimenti su cosa sia sopra o sotto, giusto o sbagliato, ordinato o caotico.

Ultima domanda: ma chi me l’ha fatto fare di star qui ad annoiarvi con domande, riflessioni e tutta sta manfrina noiosa sui cavolacci miei? Risposta: bruti inioranti pathentati, dovrebbimo uzarre di + tuta cuella materria griggia x nn finnire ammale. :mrgreen:

Haiku scritto da Hokusai sul letto di morte:
Hitodama de,
yuku kisanji ya,
natsu no hara

(traduzione: anche se come un fantasma, me ne andrò per diletto per i prati estivi)