Pantofole, regali e lucette intermittenti

Questa sera riunione aziendale. Con rinfresco a seguire. Vestito sistemato, barba aggiustata… corsa in mezzo al traffico imbottigliato dell’ora di punta. Serata blanda, l’aria che tira sa di stanchezza e persone invecchiate. Mi guardo attorno ma di veri veterani siamo rimasti in pochi. A volte ho la sensazione di come dovevano essere le società massoniche, ti guardi attorno e a ogni volto non riesci ad associare un ricordo ma soltanto una domanda: questo/a chi è?

Dopo aver ascoltato un discorso, poco organico ma molto più spontaneo del solito, finiamo in lounge-bar tra tartine fredde e battute scontate. Va bene non mi lamento per sta volta, penso, ci sono situazioni peggiori e di molto… non è un tempo per la quale è opportuno lagnarsi. Chi ha qualcosa è già un passo avanti rispetto a chi non ha niente, proprio niente. E a me arriva qualcosa. Uno stipendio, una tredicesima, un panettone a fine anno. C’è chi guarda a queste cose con un tono di sufficienza, e forse non ha tutti i torti, in fondo il padrone è pur sempre il padrone non sta mica lì per beneficenza, eppure mi accorgo che… vuoi la situazione attorno, vuoi il momento di recessione… mi accorgo di quanto abbiano molto più valore queste attenzioni, che ho sempre considerato essere relativamente delle cavolate (per essere fini) ma che alla fine, stringi stringi, quando si arriva all’osso fanno la differenza.

Avrei voluto scrivere diversamente questa sera, mi rendo conto che avrei preferito mettere in cantiere ancora un altro paio di post prima di fare gli auguri, ma non è il momento. In questo momento ho bisogno di infilarmi le pantofole, stare in poltrona a guardare i pacchetti raccolti sotto l’albero addobbato, godermi un poco di “focolare domestico” e trovare, o ritrovare, uno spirito differente con cui rinnovare le cose. Perciò il mio consiglio, per chi finisse accidentalmente o apposta su queste righe, è: passate un Buon Natale guardando con sincerità ciò che addobba la vita.

Vi lascio in compagnia di un simpatico sketch scovato da miss Godot… ancora TANTI AUGURI!!

S(h)elf control

Esco da un week end col ponte di tutto rispetto, faticoso ma pieno ed entusiasmante. Tanta polvere, tanta fatica: così è girare per i mercatini dell’usato, soprattutto quando si parla di libri. Già… libri. E mentre la mia fantasia se ne sta in mutande (ottima immagine fornita nell’ultima discussione da zietta Tasti) ad aspettare l’occasione di rimettersi in attività, il mio piccolo sederino irrequieto non se n’è stato troppo a riposo. No anzi, si è messo in marcia in cerca d’ispirazione, di una fonte vitale, di vecchie novità. Così finisce al Salone del Libro Usato di Milano.

Qui bisognerebbe aprire una parentesi di carta ingiallita, copertine sbiadite e quintali di titoli, autori, generi, e… vabbé, inutile tediare di aggettivi quantitativi o qualitativi, un’occasione preziosa per un fanatico della lettura come il sottoscritto. Poi c’è la crisi, inutile soffermarsi su questo punto, direi che è all’ordine del giorno, e la questione dei remainders introvabili, i fuori-catalogo, i vecchi irrinunciabili, irristampabili. Libero scambio: una carrettata di libri, per una manciata di quattrini; sono contento.

Eppure… eppure alle volte mi sento italiano fin dentro al più dentro del midollo, nel DNA e oltre, quando nonostante tutto mi sento incontentabile. Quando anche dopo aver racimolato pietre miliari come la raccolta de “Il mondo di Nehwon” del prestigioso Fritz Leiber, o “La guerra degli dèi” di Poul Anderson, o l’edizione Piccola Biblioteca Adelphi de “L’epopea di Gilgameš” a prezzo ridottissimo (della stessa edizione purtroppo non sono riuscito a trovare la “Lolita” di Nabokov). Ebbene, nonostante questo quando il troppo non è mai troppo, sento che mi piange il cuore a non aver potuto, per questioni strettamente economiche, portare a casa anche una prima edizione in tre volumi del “The History of Indian Literature”. E’ triste ammetterlo, riuscire a dire di “no” e mantenere l’autocontrollo quando lungo il tratto cervicale scorrono intense scariche di adrenalina e si sentono rizzare i peli del collo, per via dell’enorme campo elettrostatico suscitato da messaggi neurali impazziti, non è affatto facile. Nossignori, non è affatto facile. Qui mi sa che ci vuole una nuova libreria sulla lista dei regali per il prossimo Natale.

Strani regali

Non ho un’idea precisa di cosa andrò a scrivere, perciò… beh, non fateci caso se qualche frase verrà sconclusionata.

A volte mi sorprende notare quanta poca considerazione si abbia del proprio tempo, con quanta leggerezza si possano gettare via manciate di minuti, ore, giorni o anni in cose di poco conto. Qualcuno, i più saggi o quelli che amano le piccole frasi aneddotiche zen, potrebbe dire o pensare che alla fine dei conti anche i momenti passati a non fare nulla in realtà fanno qualcosa: una pausa tra un’attività e la successiva, così niente è mai veramente uno spreco. Eppure il tempo è un dono importante spesso concesso con estrema leggerezza, in fondo arriva gratis e qualcosa bisogna pur farne.

Cambiando in parte il discorso, sto decidendo di prendere in seria considerazione l’ipotesi di agire con più decisione su scelte in campo lavorativo. Spinta arrivata dalla valutazione di passare il mio tempo professionale in maniera inadeguata e, in una certa misura, insoddisfacente. Ma ci sono dei problemi a guardarsi attorno per nuovi lidi, problemi non indifferenti, e tra questi spicca anche un fattore età (sempre di tempo si tratta) sia anagrafica, sia di permanenza nel luogo attuale. Poi ci sono la insicurezze di quest’epoca per la quale: chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa se poi piova… vabbé, si tratta di una variante estemporanea. :-P

Restando in tema di tempo, sto facendo una ricerca storica per un racconto… già è tutto un bel dire per un ignorante in materia come il sottoscritto, figurarsi poi il tentativo di volerne cogliere le parti essenziali, distintive. E’ un piccolo progetto a cui mi sto dedicando e per cui, in via ampiamente scaramantica, non aggiungerò altro se non che spero di farne un buon lavoro e magari ri-parlarne da queste parti se mai giungerà in porto (cosa di cui dubito). Questo si sarebbe un bel regalo, e anche un buon modo di sfruttare il tempo probabilmente. E a proposito di strani regali… siamo quasi a 4 anni con questo blog, e intanto zitto zitto cacchio cacchio il precedente post era il duecentesimo… sto facendo comunque preparare una sorpresina per il prossimo e spero sarà gradita.

State in guardia, siete stati avvisati. ;-)

Regali

Tutti lo sanno ormai: da quando scocca la mezzanotte del 31 ottobre, Halloween comincia e finisce nel breve arco di tempo che rende possibile trasformare le sorprese di “dolcetto o scherzetto” in regali di Natale. Una cosa a cui anche il “buon” Jack Skeleton, di Nightmare Before Christmas, ha imparato a tenere in buona considerazione. Perché non tutti i regali sono belli, luccicosi, graditi e lieti, no, non tutti lo sono.

Quanti motivi si possono avere per fare un regalo. Una ricorrenza, un anniversario, un compleanno, una festa comandata, o un modo per sdebitarsi. Avrei anche una considerazione da fare a tal proposito… nella marea di “fango” (così si usa dire adesso per evidenziare una leggera parentela con altre sostanze di consistenza viscosa e marroni… un po’ come quando si usa il termine “escort” per indicare una normale prostituta) prodotta dall’attuale governo italiano, perché non fare buon uso della legge introducendo una normativa che vada ad abrogare i compleanni a ridosso del Natale, con le seguenti motivazioni: a) non è giusto far scervellare un povero sciagurato a cui tocca il dovere di “inventarsi” un regalo, per qualcuno a cui non si sa cosa regalare, per ben DUE volte di seguito in così breve tempo; b) non è giusto far pesare economicamente l’acquisto di DUE regali per la medesima persona quando, in questi tempi di crisi, non si abbia nemmeno fatto in tempo ad ammortizzare le spese del primo; e c) non è giusto far rovinare settimane e settimane di quieto accumulo karmico positivo, per rovinarlo in pochi giorni per DUE occasioni di fila passate a sgomitarsi nei negozi stracolmi di gente “visto il periodo”. Questa, sì, sarebbe una legge importante! Un deciso passo avanti nell’aggettiva e sostantiva staticità del nostro Paese denunciata a tutto tondo dalla più marcegalliana confindustriala. (nb: un hurrà per i neologismi… HURRA!)

E in questo preambolo focoso, al vetriolo, arrivo al nocciolo del discorso, l’annosa questione su cui tutti si arrovellano in questo periodo, ovvero: qual’è il regalo più In della stagione nataliziumab 2010? Don’t worry and try to be happy ladies & gentlemen… si tratta deeeeeeeel: PUNCHING-FACEBALL! Sissignori, e signore, il Punching-Faceball è il nuovo ritrovato tecnologico della scienza moderna, a cui nemmeno i grandi della fantascienza sono giunti. Basta comprare un semplice attrezzo da palestra comunemente noto come punchingball (un volgarissimo pallone di cuoio cucito e imbottito, con basamento a rimbalzo) e applicare visivamente di fronte alla portata dei vostri cazzotti, ganci, diretti, e calci rotanti alla Chuck Norris, una foto con la faccia del sottoscritto e… colpire-colpire-colpire-schivare il ritorno-e colpire-colpire… fatelo anche voi, mezz’ora al giorno dona sollievo dalle brutture del mondo moderno, e tutto vi sembrerà più rosa, le giornate si faranno più luminose, i politici sembreranno affidabili, gli ausiliari della sosta sembreranno simpatici amiconi, e persino il profumo dei fiori sarà diverso, vi sembrerà persino di vederli salutare Brunetta… tranne i papaveri perché, si sa, quelli sono alti, rossi e fanno parte della casta, e… Ma cos’aspettate a ordinare il vostro Punching-Faceball! Il divertimento è garantito, regalatelo a tutti i vostri parenti, i miei ne hanno già acquistato diverse confezioni… regalatelo ad amici e colleghi, i miei hanno già pensato a un abbonamento… e perché no, anche alla vostra tenera metà, il batuffolino, il ciccibucci, il cioccolatino, il cuoricino della vostra vita, un bel pallone di cuoio con la mia foto per picchiare secco. Va bene anche con gli sconosciuti… i primi che capitano a tiro, che si sono svegliati male, che hanno deciso di minacciarvi e insultarvi… anche ai vostri animali domestici, cani, gatti, scimmie, date loro un bel Punching-Faceball per Natale, e tutto si risolverà per il meglio, parola.

Soddisfatti o… rimborsati! Parola.

La coperta di Linus

Pranzo di oggi: kebab. Cosa me ne frega? vi starete domandando. Nulla suppongo, ma per fare un paragone vi dico che lo sto digerendo meglio del mio attuale librobus. Sull’idea nata già nel promemoria di settembre, sto terminando con gran fatica la lettura de La Vendetta del Lupo di Joe Dever e John Grant. Si tratta del secondo volume delle Leggende di Lupo Solitario, una raccolta di romanzi fantasy scritti in seguito al grande successo ottenuto da una collana, nata negli anni ’80, di libro-game. La serie, di per sé, non è malaccio e fa parte di quei capisaldi con cui uno, il sottoscritto, cresce e si appassiona di conseguenza alla lettura. Ora, per merito o causa di libri come quelli di Lupo Solitario, ho sviluppato nel tempo il complesso della “coperta di Linus”, in cui non posso andare in giro senza portarmi dietro qualcosa da leggere, fosse anche lo scontrino o un volantino pubblicitario, perché mi sentirei come nudo senza. Fatta tutta questa digressione soporifera, ci sono un paio  cose di cui voglio rendervi partecipi e che mi frullano in testa.

Ci sono tre motivi per cui questo librobus viene masticato a forza. Per prima cosa c’è il fattore tempo; infatti ne avevo già sospeso la lettura, iniziata a fine febbraio, da diversi mesi e questo stacco temporale sta rendendo ostico ricollegarsi con tutti i vari punti della trama. Secondo c’è il fattore coinvolgimento; siccome raccoglie, come il primo volume, ben tre romanzi della vecchia serie che sono rispettivamente: La Caccia del Lupo, Una Lama nell’Oscurità e Sacrificio a Ruanon, arrivato a ottanta pagine dalla fine del sesto libro in pratica, comincia a sentirsi il sapore di “rifrittura” e a essere un po’ indigesto (il kebab può cantar vittoria, per una volta è arrivato secondo!). Come terzo e ultimo punto c’è proprio il fattore volumone; con i suoi tre libri accorpati e le sue seicento pagine circa di narrazione, non sempre molto vivace e scorrevole, non è certo un peso piuma da scorrazzarsi sugli autobus, in metropolitana e in giro per mezza Torino, anche se, a così poche pagine dalla fine, non voglio rinunciare a chiuderlo definitivamente una volta per tutte.

La cipolla kebabbica ora giace oziosa nello stomaco, i suoi effluvi malefici salgono muovendosi verso la mia zona neurale centrale, fermandosi spesso per chiedere indicazioni agli altri organi visto che non è facile trovarla in casa dopotutto. Dicevo, mentre accade tutto ciò e ricollegandomi al discorso precedente, mi sovviene un pensiero malsano: e se passassi a un lettore di ebook? L’idea di abbandonare parzialmente il formato cartaceo in realtà mi bazzica nella scatola cranica già da tempo ormai, con un principale richiamino fatto a maggio durante la Fiera del Libro e un deciso interessamento recente. Problema: la diffusione in Italia di questo strumento è ancora molto limitata; ne segue dunque costi elevati, materiale in lingua scarsamente reperibile e standard di formato ancora in via di definizione. Bisogna anche considerare, e non sottovalutare, il fattore d’ignoranza personale sulle particolarità tecniche riguardo questa nuova forma di lettura; senza contare che a me piace molto il contatto fisico con la carta dei libri, forse proprio a causa della questione “coperta di Linus”, ma in questa maniera avrei a portata diversi volumi da alternare come librobus e risolverei un po’ di questioni riguardo alle letture in parallelo. Pertanto: che fare? Non lo so, al momento posso solo digerire il kebab e aspettare Babbo Natale, sperando possa cadergli accidentalmente un ebook reader dal grosso sacco dei doni dritto dritto sul mio cuscino… :D