“Uno scrittore dovrebbe sforzarsi di scrivere una cosa in modo tale da farla diventare parte dell’esperienza di coloro che la leggono”.
Questa è di Hemingway. O, perlomeno, la conosco come tale.
Parliamo di libri. Di libri e, nello specifico, del librobus appena terminato: E l’asina vide l’angelo di Nick Cave. Piccola parentesi, tanto per chiarirci: quando si tratta di scritti del Re Inkinostro mi potrebbe piacere anche la sua lista della spesa (se mai ne abbia fatta una in vita sua), ma questa non si può dire che sia una vera recensione, perciò potete tenere a riposo quel vostro indice accusatore pronto a scattare come se volesse inchiodare il monitor. Lascio a persone più qualificate di me il compito di recensire, di sviscerare i connotati e i contenuti di un’opera, di parlare della tecnica narrativa e fare indigestione a freddo di voluminosi testi di semiotica e grammatica. Questa è soltanto una libera concessione al mio vezzo riflessivo, di cui voglio sadicamente rendervi partecipi. 
Inoltre, non si è trattata di una lettura fresca di mano ma di una ri-lettura. Una di quelle cose a cui sono poco avvezzo ma di cui non mi sono mai privato del tutto. E, per amore dei nostri frettolosi moderni lettori da fast food, lasciatemi fare una larga digressione nel passato di questo romanzo…
Pochi giorni dopo l’epifania 2001 l’abat-jour aveva appena ferito la scura melassa della stanza da letto, illuminando un paio di occhi stanchi ma insonni. Nel freddo scenario di periferia dell’hinterland milanese, quei due stessi occhi sconvolti finirono di leggere le ultime 70/80 pagine di E l’asina vide l’angelo. Circa un terzo di romanzo divorato in un sol boccone nelle lunghe ore che anticipano l’alba invernale, senza mai averlo digerito del tutto. Una sensazione più simile a un cazzotto… a diversi cazzotti nello stomaco, più che a un pasto tranquillo.
Questa fu la prima esperienza con l’esordio letterario di Nick Cave: un trito, un composto di carne martoriata, allucinazioni bibliche, frammenti d’osso, rigagnoli fangosi, grumi ossessivi e angosce seducenti. Sebbene, nessuna di queste belle definizioni e ricami da maudit, possano anche solo dare una parvenza dell’impressione lasciata dalla lettura di questo romanzo. Ed è proprio questo, almeno in parte, il punto. Attenzione: sto per andare a ruota libera con le considerazioni… pericolo!
Se prendo d’esempio questo romanzo mi rendo conto di aver fatto, a distanza di dieci anni, due letture completamente differenti, e che questa differenza è dovuta in effetti all’esperienza. Da un lato è intrinseca nell’atto della lettura stessa: i colpi di scena perdono di efficacia quando si sa già come andrà a finire; da un altro lato si tratta di qualcosa più individuale: la percezione personale con cui mi pongo si è profondamente rimodellata. Ma basta sfogliare un libro e invecchiare per fare di questo un’esperienza? Non credo. Un evento, un tratto di vita, così come anche la lettura di un libro, possono trasformarsi in vero bagaglio interiore soltanto quando prendono connotati significativi, riconoscibili e intensi. E in questo si può, secondo me, ricondurre le vere esperienze in quelle che portano a suscitare uno strato di miscela emotiva appunto: riconoscibile, significativa e intensa.
La letteratura in questo, così come l’arte di buona qualità in generale, innesca un riciclo in cui: per un verso necessita di attingere arbitrariamente alla base, o al background se vogliamo dirla più tarata all’inglese, di esperienze del soggetto per l’atto interpretativo e assimilativo dell’opera stessa, e nel mentre ne è fornitrice lei stessa, in quanto porta a stimolare il nostro supporto bio-grigio (confidando nella speranza del suo buon stato funzionale) a un lavoro di ri-elaborazione immediata e/o prolungata, sulla quale darsi a sua volta una nuova esperienza. E’ la partecipazione attiva all’esperienza stessa.
Considerato quindi l’ampliamento dello spettro emotivo e della ricchezza personale come diretta conseguenza delle esperienze fatte, sia in numero che in qualità, ecco allora dove si può notare come la cultura spinga l’acceleratore in questa direzione e come possa davvero far la differenza. In questo senso, per me, E l’asina vide l’angelo nella sua rilettura è stato ed è tutt’ora puro carburante, un’iniezione ipodermica di tutta l’esplosività dell’immaginario uscito dalla penna di Mr Cave. Un balzo in avanti per superare il baratro della fossilizzazione cerebrale, un volo radente per oltrepassare impaludamenti sensoriali. Un giro di vite alla pressa della tortura per spezzare l’immobilità delle situazioni. Col suo caratteristico pathos debordante, questo romanzo possiede tutt’ora una tale carica rigenerativa da far impallidire la maggior parte dei libri su cui ho strascicato le pupille.
Beh sicuramente non a tutti riesce, non è così facile dopotutto, ma diamine: uno scrittore dovrebbe sforzarsi di scrivere una cosa in modo tale da farla diventare parte dell’esperienza di coloro che la leggono… e credo proprio qualcuno ci sia riuscito questa volta. Ancora una volta.