Piccole soddisfazioni, piccole riflessioni

Portare a termine un compito, per quanto altri possano ritenerlo elementare, in cui non mancano grosse difficoltà e imprevisti, porta sempre qualche soddisfazione. Arrivare a dire “finito” non sempre fa parte delle usanze rispettate da queste parti. Per la verità potrei ben dire, su queste usanze, di non averle viste per parecchio tempo. Chi semina raccoglie, quindi ora bisogna aspettare ne esca fuori un bel raccolto. O, almeno, questo mi auguro.

Le soddisfazioni, si sa, tendono a un ciclo di vita piuttosto limitato quindi, alla maniera di un pony express, bisognerebbe lasciare il cavallo stanco alla stazione di posta e ripartire con quello fresco. Il tempo oscilla nascosto in un  qualche pendolo tichettante alle spalle, corre avanti e indietro senza sosta, che di fermarsi non sappiamo cosa farcene naufragando nella crisi della realtà aumentata 2.0. Lo spazio dedicato e dedicabile alla riflessione diminuisce, impoverendo i contenuti personali, e quindi dobbiamo accontentarci di considerazioni spicciole. D’uso comune.

Le parole volano, gli scritti restano… e i blog? I blog corrono.

Far from reality

Mi sento, a volte, molto lontano dalla realtà e quando ci ricasco dentro… beh, non è esattamente come una secchiata gelata in faccia, somiglia di più al pesante recupero da una febbre. Insomma, lucido ma ancora indolenzito. In effetti, temo di essermi ammalato e impigrito da troppi cicli lunari, da parecchi cambi di vestiti e da qualunque alta cosa si riesca a utilizzare per sgranellare la clessidra del tempo.

Dedico più tempo alla lettura che agli amici. Passo più volentieri una serata su un videogame piuttosto che impegnarmi a migliorare la situazione lavorativa. E quando ritaglio una finestra mentale dai miasmi quotidiani, la lascio scivolare con piacere nei meandri della mia creatività frustrante e inconcludente invece di applicarmi in qualcosa di significativo. E’ una situazione alienante.

Molte persone, conoscendomi, assecondano questo mio modo di viviere e mi dicono cose come: “prendi i tuoi spazi, ne hai bisogno” o ”dedica del tempo a fare qualcosa che ti piace”. Insomma, a me gratifica ricevere l’affetto intrecciato in questi consigli, anche buoni consigli se vogliamo, però in ogni cosa buona si rischia del marcio e il problema qui è di cadere dell’egoismo, nel viziarsi, nel lasciarsi andare alla deriva, nel saturarsi. Più tieni la luce spenta per nascondere i mostri orribili nella stanza da letto e meno avrai voglia di riaccenderla.

Acceso. Spento. Acceso… spento. Acceso, spento. Acceso-spento. *bum!*

Arriva il botto, fa un bel buco vuoto, resta spento e crolla via tutto. Macerie, pulviscolo, questa è il tipo di quiete che aleggia adesso, non una vera serenità ma un silenzio di calcinacci senza uno scoglio di struttura a cui essere accozzati. Ground zero. Una quiete forzata. E mentre sopravvivevo al mio olocausto interiore sono stato a lungo lontano dalla realtà. Bene, è ora di uscire e andare a rubare nuova linfa di vita in giro. Baci!

Prove tecniche di trasloco

Ieri mi sono preso la briga di fare una prima esportazione del contenuto di questo blog. Il motivo è semplice: siamo in dirittura d’arrivo. Lo so, lo so, non è la prima volta che vado a dire di chiudere, sospendere e/o di voler mettere tutto lucchettato a impolverare su qualche armadio. So benissimo che ogni volta lo dico, lo faccio e poi puntualmente ritratto. Questa volta è diverso (anche questa è già stata scritta, ma se continuiamo così non arrivo al punto). Dopo quattro anni e mezzo di imbrattamento del web, con toni sempre più strascicati, mi pare opportuno prendere il toro per le corna e fare un paio di conti.

In primis ci sono i contenuti. O meglio, mancano nuovi sviluppi dei contenuti. E arrivare a dire in un post che non si sa su cosa scrivere post, l’ho sempre considerato una linea di confine. Un equivalente del lampeggiante rosso con sirena dei film con sottomarini, siluri, gente che corre da tutte le parti in claustrofobici corridoi metallici e il genere di situazioni in cui si riesce a intuire meglio quanto sia difficile arrivare alle pensione certe volte. Ed è proprio al mandarmi in pensione (blogicamente parlando) la cosa a cui penso.

Ogni volta in cui mi ficcavo in questa situazione rispolveravo il concept del blog, delineando un nuovo contenitore per dei nuovi contenuti o dei vecchi contenuti con una veste diversa.

In apertura con ”Eat me & Drink me” c’era alla base un desiderio di volersi condividere, di lanciarsi a capofitto e trovare una catarsi nello smembramento di un’interiorità ai tempi già troppo invadente. Poi, dopo un lungo periodo di assenza, è il turno di “Strada di parole” a farsi spazio; un contesto più vicino al formato di un diario, una specie di versione letterale della pista di sassolini lasciata da pollicino, composta in parti eguali da momenti di ascesa, declino e di realtà densa, diretta. Anche qui man mano arriva un momento di stanca. Allora nasce  ”Rattoppathos” quasi per gioco, dove riallacciare i pezzi stracciati, forse gli stessi del miasma dicotomico causato da “Eat me & Drink me” ma in direzione opposta, e arricchiti quanto possibile anche da toppe nuove, parti inconsuete marcate da entità viscerali ed emotive. Rileggendo le mie stesse parole è facile intravedere che la sommarietà di questo paragrafo, di queste interpretazioni, non renderà in pieno un riscontro diretto nei post dei vari passaggi; il timbro principale del mio scrivere è sempre stato molto legate al momento e ai bisogni stessi del momento, anche se la forma in cui perviene può rivelare differenti connotati e sicuramente non sono sempre così facilmente associabili alle intenzioni.

Ed ecco arrivare il momento delle api di “Curry Bee”. Quando l’idea del titolo pungente dice di non voler avere più niente a che fare con le impostazioni strettamente personali dei suoi predecessori e invece cosa fa… ricade dentro la stessa falla dalla quale era intento a starne lontano. Irresistibilmente attratto dalle intense fragranze dei fiori del male, dirige la sua natura ronzante a succhiarne polline sino allo sfinimento. E avvizzisce.

Ma questo è solo un preludio di chiusura…

“Qui l’anima s’immerge in un bagno di pigrizia, aromatizzato dal rimpianto e dal desiderio. – Qualcosa di crepuscolare, di bluastro e di rossastro; un sogno di voluttà nel corso di un’eclisse.”
da “La camera doppia” [Lo spleen di Parigi - Charles Baudelaire]

Terra brutta e desolata

Da un anno a questa parte, anche più, desideravo poter cambiare il solito panorama quotidiano, a tal punto da perdere di significato la meta e ”tutto purché lontano da qui”, pensavo. Adesso, in questi giorni, il suddetto bisogno tanto atteso si è realizzato ma non sono della stessa idea… il dove è importante.

Girellavo in auto quando, chiacchierando, esce il commento: “di terra brutta e desolata ne ho vista molta in questi giorni… beh, in effetti qui non è nemmeno tanto brutta ma certo resta molto desolata”. E in fondo, appena finisco la frase, sento un piccolo colpo. Un colpo o, piuttosto, un senso di colpa.

Ebbene sì, mi rendo conto di non avere alcun diritto di denigrare qualcosa che magari vorrebbe dare, si sforza, ma di più non può. Lo capisco bene, mi ci ritrovo pure pienamente in questo e allora mi pento di un giudizio tanto affrettato, sento specchiarsi qualcosa anche se l’immagine resta gran parte sfocata.

Nella mia siccità di pensiero, nella secchezza di emozioni in cui mi ritrovo, percepisco una grande aridità d’animo e con quanta altra durezza mi devo porre per recuperare uno stato più florido d’interesse? Quanto sale, quanta polvere, quanta ulteriore cristallizzazione può guarire le ferite di una terra così brutta e desolata? Beh davvero, mica poi tanto brutta in fondo…

E l’asina vide l’angelo: dieci anni dopo.

“Uno scrittore dovrebbe sforzarsi di scrivere una cosa in modo tale da farla diventare parte dell’esperienza di coloro che la leggono”.
Questa è di Hemingway. O, perlomeno, la conosco come tale.

Parliamo di libri. Di libri e, nello specifico, del librobus appena terminato: E l’asina vide l’angelo di Nick Cave. Piccola parentesi, tanto per chiarirci: quando si tratta di scritti del Re Inkinostro mi potrebbe piacere anche la sua lista della spesa (se mai ne abbia fatta una in vita sua), ma questa non si può dire che sia una vera recensione, perciò potete tenere a riposo quel vostro indice accusatore pronto a scattare come se volesse inchiodare il monitor. Lascio a persone più qualificate di me il compito di recensire, di sviscerare i connotati e i contenuti di un’opera, di parlare della tecnica narrativa e fare indigestione a freddo di voluminosi testi di semiotica e grammatica. Questa è soltanto una libera concessione al mio vezzo riflessivo, di cui voglio sadicamente rendervi partecipi. :twisted:
Inoltre, non si è trattata di una lettura fresca di mano ma di una ri-lettura. Una di quelle cose a cui sono poco avvezzo ma di cui non mi sono mai privato del tutto. E, per amore dei nostri frettolosi moderni lettori da fast food, lasciatemi fare una larga digressione nel passato di questo romanzo…

Pochi giorni dopo l’epifania 2001 l’abat-jour aveva appena ferito la scura melassa della stanza da letto, illuminando un paio di occhi stanchi ma insonni. Nel freddo scenario di periferia dell’hinterland milanese, quei due stessi occhi sconvolti finirono di leggere le ultime 70/80 pagine di E l’asina vide l’angelo. Circa un terzo di romanzo divorato in un sol boccone nelle lunghe ore che anticipano l’alba invernale, senza mai averlo digerito del tutto. Una sensazione più simile a un cazzotto… a diversi cazzotti nello stomaco, più che a un pasto tranquillo.
Questa fu la prima esperienza con l’esordio letterario di Nick Cave: un trito, un composto di carne martoriata, allucinazioni bibliche, frammenti d’osso, rigagnoli fangosi, grumi ossessivi e angosce seducenti. Sebbene, nessuna di queste belle definizioni e ricami da maudit, possano anche solo dare una parvenza dell’impressione lasciata dalla lettura di questo romanzo. Ed è proprio questo, almeno in parte, il punto. Attenzione: sto per andare a ruota libera con le considerazioni… pericolo!

Se prendo d’esempio questo romanzo mi rendo conto di aver fatto, a distanza di dieci anni, due letture completamente differenti, e che questa differenza è dovuta in effetti all’esperienza. Da un lato è intrinseca nell’atto della lettura stessa: i colpi di scena perdono di efficacia quando si sa già come andrà a finire; da un altro lato si tratta di qualcosa più individuale: la percezione personale con cui mi pongo si è profondamente rimodellata. Ma basta sfogliare un libro e invecchiare per fare di questo un’esperienza? Non credo. Un evento, un tratto di vita, così come anche la lettura di un libro, possono trasformarsi in vero bagaglio interiore soltanto quando prendono connotati significativi, riconoscibili e intensi. E in questo si può, secondo me, ricondurre le vere esperienze in quelle che portano a suscitare uno strato di miscela emotiva appunto: riconoscibile, significativa e intensa.
La letteratura in questo, così come l’arte di buona qualità in generale, innesca un riciclo in cui: per un verso necessita di attingere arbitrariamente alla base, o al background se vogliamo dirla più tarata all’inglese, di esperienze del soggetto per l’atto interpretativo e assimilativo dell’opera stessa, e nel mentre ne è fornitrice lei stessa, in quanto porta a stimolare il nostro supporto bio-grigio (confidando nella speranza del suo buon stato funzionale) a un lavoro di ri-elaborazione  immediata e/o prolungata, sulla quale darsi a sua volta una nuova esperienza. E’ la partecipazione attiva all’esperienza stessa.

Considerato quindi l’ampliamento dello spettro emotivo e della ricchezza personale come diretta conseguenza delle esperienze fatte, sia in numero che in qualità, ecco allora dove si può notare come la cultura spinga l’acceleratore in questa direzione e come possa davvero far la differenza. In questo senso, per me, E l’asina vide l’angelo nella sua rilettura è stato ed è tutt’ora puro carburante, un’iniezione ipodermica di tutta l’esplosività dell’immaginario uscito dalla penna di Mr Cave. Un balzo in avanti per superare il baratro della fossilizzazione cerebrale, un volo radente per oltrepassare impaludamenti sensoriali. Un giro di vite alla pressa della tortura per spezzare l’immobilità delle situazioni. Col suo caratteristico pathos debordante, questo romanzo possiede tutt’ora una tale carica rigenerativa da far impallidire la maggior parte dei libri su cui ho strascicato le pupille.
Beh sicuramente non a tutti riesce, non è così facile dopotutto, ma diamine: uno scrittore dovrebbe sforzarsi di scrivere una cosa in modo tale da farla diventare parte dell’esperienza di coloro che la leggono… e credo proprio qualcuno ci sia riuscito questa volta. Ancora una volta.