I ricordi sono strani, t’inciampano dentro quando non te l’aspetti. E proprio mentre sono a terra, sfinito, e vedo arrivare il mio angelo, nero e lucente nel suo cerchio dorato, mi tornano le parole di Trebisette: l’attimo prima di dormire tutta la vista ti corre davanti, o qualcosa del genere. E sto per addormentarmi, credo, perché si chiudono gli occhi, la vista si annebbia, ma il mio angelo, ora su di me, mi fa sentir leggero, sospeso nell’aria. Il terreno si allontana rapido e scorgo il volto di Trebisette, ma forse sto davvero sognando…
Il buon Trebisette sa sempre un sacco di cose su tutto. E’ stato lui a raccontarmi del giorno in cui i Grandi Bianchi mi hanno visto nascere, in mezzo a decine di miei fratelli e sorelle, e mi ripeteva spesso: devi avere un angelo, tu. Perché al Lab nessuno eccetto Trebisette credeva davvero potessi farcela, nessuno. E i Grandi Bianchi venivano per scegliere sempre gli altri, lasciandomi solo col vecchio.
Era sempre coricato, immobile, lo sguardo fisso al muro. Così mi sdraiavo vicino a lui, anche se puzzava tanto, ma non me ne importava perché così potevo sentirlo e mi diceva tutto, con semplicità, senza deridermi per il Difetto. Restavo fermo per timore di distrarlo, per non perdere una parola, volevo sapere tutto. E ogni volta che i Grandi Bianchi sceglievano un altro dei miei fratelli mi ripeteva sempre: devi avere un angelo, tu.
Gli credevo, giuro, perché non c’è nulla che Trebisette non sappia, ma gli chiesi: come sono gli angeli? E il vecchio rispose: sono di una bellezza indescrivibile, hanno grandi ali per andare ovunque e il loro canto li guida sicuri attraverso le tenebre. Mi metteva in guardia dai Grandi Bianchi, diceva: vengono a prenderci per portarci nel Groviglio e osservarci. Gli domandai: cosa osservano? E lui mi disse: osservano quanto corri, osservano quale percorso segui e, soprattutto, osservano quale colore scegli.
Il saggio Trebisette m’insegnava tutto e con pazienza, senza muoversi mai una volta, senza arrabbiarsi, senza emettere un fiato, sempre lì freddo disteso, perché sapeva che non era facile per me. Gli altri non potevano, era questa la differenza, loro non potevano scegliere il colore giusto, perché solo a me Trebisette rivelò il suo sapere più grande, solo a me diceva: devi avere un angelo, tu. E desideravo vedere dove volano gli angeli.
Dopo il Segreto dei Colori, Trebisette rimase in silenzio, lo sguardo sempre al muro, senza mai muoversi. E un giorno, in cui puzzava più del solito, vennero i Grandi Bianchi a prenderlo e lo portarono via. Non fece resistenza e, mentre trascinavano via il suo corpo flaccido, capii che li stava ingannando. Era troppo astuto, certo fingeva di dormire così non lo avrebbero portato nel Groviglio, di cui conosceva comunque tutti i segreti. Che furbo, li avrebbe ingannati tutti quanti, dal primo all’ultimo. A suo modo mi salutò e lo sentii ripetergli: devi avere un angelo, tu.
Rimasto ancora più solo ripetevo e ripetevo le lezioni, pur di non scordarle ed essere pronto al momento giusto. Volevo raggiungere gli angeli e dal Lab, il solo modo per farlo, era attraversando il Groviglio, ma ero l’unico a conoscere il Segreto dei Colori. La voce del mio maestro si faceva sempre più sbiadita, e i Grandi Bianchi aspettavano a scegliermi nella speranza di farmela dimenticare. E nei momenti più tristi ricordavo le parole più importanti di Trebisette: devi avere un angelo, tu. Bisogna sempre credere a Trebisette.
Sono venuti a prendermi e, mentre mi tenevano fermo, iniettarono qualcosa sotto i peli. Sentii un dolore bruciante, penetrante, a tratti insopportabile. Nulla a paragone di quello del mio angelo adesso. Cominciai a sentirmi confuso, stordito, sì cominciò tutto in quel momento, e un odore pungente salì al naso e mi prese forte allo stomaco: formaggio. Disgustoso cibo per topi, esseri dalla vista monocromatica. Sentivo crescere la rabbia, il cuore pulsare, i pensieri offuscarsi, mi dicevo: oggi osserverete questa specie di criceto che conosce il Segreto dei Colori. E come mi diceva sempre quel cadavere di Trebisette: devi avere un angelo, tu.
Mi gettarono nel Groviglio e corsi, corsi e corsi ancora, attraversai pareti lisce bianche e grigie, in quel labirinto dal coperchio di vetro, corsi fino allo spasmo. Curve, incroci, ostacoli, tutto era in accelerazione, i pensieri nitidi, affilati come rasoi, le gambe agili e scattanti, le narici colme di segnali. Giunsi all’Arcobaleno dei Tubi e scelsi senza esitare. E precipitai, giù, sempre più veloce, fino allo schianto con l’acqua. Tentai di risalire la melma che mi trascinava giù, sempre più giù. Il dolore era atroce ma: dovevo avere un angelo, io.
In una putrida grotta buia e fredda, con il corpo spezzato e il sole del mattino negli occhi, ho visto un essere di rara bellezza, con grandi ali scure e un canto penetrante. E’ bastato un sguardo per capire che era l’angelo, l’amore di tutta la mia vita. E mi ha colto al volo con sinuose movenze di danza, e mi stringe forte tra le fauci di pipistrello. L’attimo prima di morire tutta la vita ti scorre davanti. Morirò e questo è certo, ma: ho avuto un angelo, io. E adesso so dove volano gli angeli.
Karmaburning, 13 Settembre 2010
Pingback: Non proprio un ritorno ma… ancora qualcosa da dire. « Curry Bee
Non voglio commentare solo lasciare un segno lieve del mio passaggio…
Hmm… la curiosità mi spinge a chiederti, perché non commentare?
Ad ogni modo non posso che ringraziarti per aver dedicato una sbirciata a questa nuova composizione.
…devi aver avuto un buon Trebisette tu che sei così fortunato da aver avuto un angelo….
vi abbraccio tutti forte!
e continua a scrivere, c’è magia.
Grazie zietta Tasti, io ci provo sul serio a mettere un po’ di magia in quel che scrivo… e a tener salda la voglia di continuare.
Uno stringiotto forte anche a te!